01/02/2020
LA VALLE METELLIANA: Cava de' Tirreni.
Continua...
Quinto giorno. Sabato, 17 Settembre 2016, di mattina.
Visita dell’Archivio Storico e della Biblioteca della Badia di Cava e esplorazione degli interni di alcune chiese della città.
Ottenuta finalmente l’autorizzazione dall’Abate in persona, mi avvio a scoprire il tesoro più prezioso, nascosto e inaccessibile dell’Abbazia Benedettina della Santissima Trinità di Cava.
L’appuntamento è nell’atrio di prima mattina e uno dei monaci mi ha accompagnato, attraverso un percorso labirintico, a uno dei piani superiori dove è ubicato l’Archivio Storico con la vicina Biblioteca.
Questo percorso mi ha ricordato molto la biblioteca del romanzo Nel Nome della Rosa, anch’essa ubicata in un luogo nascosto e di difficile accesso. Da una parte però si tratta di un racconto di fantasia, dall’altra di una vera e propria esperienza all’interno di un’istituzione che ha più di mille anni di storia.
Attualmente di proprietà del Ministero dei Beni Culturali, proprio per il suo elevato valore storico e artistico è data in gestione ai monaci della Badia e mi preparo per conoscere i suoi anfratti più segreti con la compagnia di un monaco decano che ha la responsabilità di gestire migliaia di vecchie carte, praticamente tutte originali e per questa ragione molto preziose, perché chiaramente non riproducibili.
Attraverso la sua espressione pacata e sottile, che un po’ mi ha messo in difficoltà perché abituato alla lettura labiale, mi avvio a conoscere le antiche testimonianze della Badia e non solo.
Entrato in biblioteca attraverso una bella porta marmorea, conserva ben più di quindicimila pergamene di epoca longobarda e normanna oltre che diversi atti notarili, conservati in due stanze arredate a fine Settecento, ovvero la Sala diplomatica e la Sala degli atti notarili.
Per prima cosa, ha estratto da un cassetto - rigorosamente con dei guanti bianchi - il documento in assoluto più antico: si tratta di una pergamena del 792, quindi del periodo longobardo, dove si leggono testi illeggibili in latino con qualche intromissione di lingua volgare. Più che dal contenuto - che ormai non ricordo più - sono stato piacevolmente attratto da un pezzo di pergamena leggermente ingiallito che ha più di mille anni e chissà attraverso quanti mani è passato, prima di persone direttamente interessate al documento, poi di curiosi e attualmente rigorosamente di studiosi del settore (ed io ho “sfruttato” il mio titolo di dottore di ricerca per ottenere l’autorizzazione).
In seguito mi ha mostrato diversi documenti che avevano la particolarità di avere affissi appositi sigilli di sovrani e abati sino a farmi vedere qualche prezioso evangelario interamente miniato. Ho trascorso una bella ora immerso nella storia, nell’immaginazione di un passato ormai scomparso che si è cercato di salvaguardare grazie all’opera titanica del Codex Diplomaticus Cavensis, una trascrizione a stampa di tutti i documenti conservati nella Badia dal 792 al 1065. Purtroppo interrotta, chissà se proseguiranno prima o poi, magari attraverso una più comoda digitalizzazione così da poterne usufruire anche coloro che, per motivi di sicurezza, non possono entrare nelle stanze dell’Archivio e della Biblioteca.
Quest’ultima, sistemata in tre sale a cui non ho potuto accedere proprio per ragioni di sicurezza, ospita ben 120 incunaboli, diversi manoscritti e complessivamente 30000 libri e più di ottomila opuscoli. Notevoli sono una preziosissima Bibbia del IX secolo con decorazioni miniate e una scrittura in caratteri visigotici, il Codex Regum Longobardorum e il Capitularia Reguin Francorum ricchi di disegni miniati, di cui ho avuto il privilegio di osservare da vicino qualche pagina, senza toccarla ovviamente.
Ora è giunto il momento di conoscere alcune delle chiese della città di Cava e, grazie alla collaborazione del mio autista, mi avvio velocemente verso il centro per conoscere per primo il Santuario dei Santi Francesco e Antonio, finalmente con la facciata liberata dalle invasive luminarie.
Della chiesa ho già documentato ampiamente la storia e l’esterno, ora è giunto il momento di conoscere il suo amplio interno che, proprio a causa del crollo del terremoto del 1980, si mostra in tutta la sua modernità. Maestoso e solenne è suddiviso in tre navate separate da massicci pilastri che ospitano moderni riquadri del ciclo della vita di San Francesco, mentre la volta ospita un grande quadro, anch’esso di fattura recente, raffigurante la Vergine circondata da angeli con la Chiesa di San Francesco. Poco più avanti, un’enorme struttura, installata solamente nel 2010, ospita il gigantesco incensorio, chiamato botafumeiro perché molto simile a quello che si trova nella Cattedrale di Santiago da Compostela, che è messo in azione da ben dodici persone spargendo incenso lungo l’intera navata.
Dalla navata destra, si possono ammirare diverse opere di un certo valore, anche se sarebbe utile e comodo apporre una piccola didascalia accanto ad ogni opera, in particolare modo notevole è quella situata all’interno della terza arcata raffigurante una santa di sesso femminile - a cui non sono riuscito ad attribuire un nome - circondata da fedeli inginocchiati e adoranti, mentre per il resto ci sono tele più moderne, ma complessivamente di buona fattura.
Giunto al transetto, fortunatamente salvaguardato dai crolli del terremoto, ammiro gli altari laterali, uno ottocentesco e l’altro - di notevole valore - del XVIII secolo, mentre a destra del presbiterio c’è una ca****la probabilmente dedicata alla Madonna della Ca**tà con una bella volta affrescata e arricchita da decorazioni a stucco. Il centrale altare maggiore, particolarmente sontuoso con i suoi marmi policromi, è sormontato da una ricca decorazione a stucco sull’arco trionfale ed è accessibile dopo una piccola scalinata, mentre lungo le pareti si individuano diverse tele antiche salvate dal terremoto e al centro un organo Tamburini del 1960.
A sinistra c’è una ca****la probabilmente dedicata a San Francesco e si accede alla sagrestia con armadi e stalli lignei, probabilmente opera di Giovan Marino Vitale del 1534, e ospita una preziosa statua raffigurante Gesù Bambino.
Proseguo quindi lungo la navata sinistra, dove si possono ammirare diverse opere e simulacri di fattura moderna, ma di buon valore, tra cui una Crocifissione in stile medievaleggiante e una tela raffigurante San Ludovico circondato da frati adoranti, opera molto simile a quella della navata destra raffigurante una santa femminile.
Giunto finalmente alla controfacciata, è possibile osservare un monumentale sepolcro del generale Pietro Carola realizzato nel 1668, e fuori dalla chiesa imbocco un vicolo situato proprio accanto che mi permette di raggiungere la Chiesa Inferiore.
Totalmente moderna e dominata da pilastri e volta in cemento armato, ospita sull’altare maggiore una tela raffigurante la Madonna, mentre al centro della chiesa c’è un pozzo e ai lati le statue degli Apostoli.
Tramite una scalinata, raggiungo la sottostante moderna cripta, anch’essa con volta in cemento che ospita varie reliquie, mentre dell’antica cripta originaria non è rimasto quasi nulla. A destra, un corridoio permette di arrivare alla Chiesa Superiore e raggiungo una ca****la con una pavimentazione che dovrebbe rappresentare il mappamondo pacchianamente illuminato da intermittenti luci colorate e non manca una statua della Madonna Regina del Mondo. Da qui, a sinistra, si raggiunge una piccola ca****la dedicata all’Adorazione con un’impressionante ed estremamente realistica scultura policroma raffigurante il Papa Giovanni Paolo II inginocchiato, mentre sulla mensa dell’altare sono posizionati diversi rosari, ex voto e biglietti scritti a mano con suppliche e invocazioni. E raggiungo la Chiesa Superiore.
Afflitto da sensazioni estremamente contrastanti, da un lato la necessità di ricostruire la chiesa e allo stesso tempo renderla sicura, e dall’altro il mio forte ripudio della megalomania mercificatoria che sembra trasparire da ogni angolo del santuario, esco dalla chiesa e mi trovo nuovamente in Piazzale San Francesco.
Proprio di fronte c’è la Basilica Pontificia di Santa Maria dell’Olmo e quella è chiaramente la mia prossima meta. Purtroppo non mi è stato possibile ammirarla appieno perché era in corso la messa e quindi mi sono dovuto accontentare di osservarla discretamente senza entrare troppo nei dettagli. Costituita da una larga navata con cappelle laterali, di cui quelle a sinistra sono intercomunicanti tra loro è un edificio particolarmente sontuoso e suggestivo. Si può osservare in particolare che le cappelle del lato destro appaiono più essenziali e ospitanti simulacri di santi, mentre quelle del lato sinistro appaiono più sontuose e collegate tra loro tramite archi a sesto ribassato e pilastri policromi. Notevole è la volta, assolutamente necessitante di lavori di restauro, interamente dipinta e che ospita tele raffiguranti gli episodi della vita di San Francesco da Paola, opera di Michele Ragolia del 1683. Degni di nota sono inoltre la statua della Madonna Immacolata, situata proprio all’ultimo altare sinistro, un’opera del 1594 attribuita al Naccherino e un bel pulpito marmoreo di Alfonso Balzico poggiante su un leone e un toro.
Il gioiello più bello della chiesa è senza dubbio il presbiterio separato dalla navata tramite una balaustra policroma e sormontato da una cupola decorata ad affreschi e ospita un altare maggiore monumentale realizzato nel 1924 con due pilastri che reggono gli angeli e un gruppo scultoreo di quattro statue effettuate da Francesco Jerace raffiguranti i Santi Adiutore, Alferio, Francesco da Paola e Filippo Neri situato ai piedi di un grande olmo bronzeo, dove si può osservare incastonato tra il fogliame il venerato quadro della Madonna.
Piacevolmente sorpreso dalla bellezza della chiesa, imbocco Corso Umberto I con i famosi portici e raggiungo la Chiesa di Santa Maria Assunta che, con mia grande fortuna, è aperta.
Il suo interno è di un luminoso barocco ricco di decorazioni a stucco, formato da una navata affiancata da ben tre cappelle per ogni lato che ospitano simulacri di vari santi. Giungo al transetto, con ai lati degli interessanti altari policromi di un sobrio barocco e di fronte a me - separato da una balaustra policroma - osservo un essenziale altare maggiore che ospita la tela della Madonna Assunta.
Da qui mi avvio velocemente a Piazza Duomo e finalmente posso conoscere l’interno della Cattedrale dedicata alla Presentazione della Vergine al Tempio e a Sant’Adiutore. La struttura è di impianto settecentesco a croce latina e a tre navate separate da pilastri - lisci i primi e con scanalature gli ultimi verso il presbiterio - e capitelli compositi. Purtroppo il soffitto ligneo del 1587 è stato irrimediabilmente distrutto dai bombardamenti del 1943 e attualmente è sostituito da un’essenziale volta a botte.
Le navate laterali hanno volta a leggera crociera ribassata con altari laterali ospitanti tele di un certo valore artistico e simulacri di santi. Notevoli sono l’altare di Sant’Adiutore, patrono della città, e l’altare della Pietà ospitante una bella tela settecentesca di Armenante Giuseppe.
Giunto discretamente verso il transetto - vista la messa in corso - ammiro il baldacchino con ai lati sontuosi altari, mentre il presbiterio ospita un essenziale altare maggiore con una tela.
Tornando verso l’uscita, sulla controfacciata della navata sinistra c’è un interessante sepolcro e si può ammirare, inoltre, il battistero cinquecentesco. Complessivamente, nonostante i gravi danni causati dalla guerra e dai terremoti, la chiesa si mostra ancora oggi dignitosamente imponente e monumentale e con opere artistiche di un certo valore.
Dal Duomo mi avvio velocemente a Piazza Eugenio Abbro, situata alle spalle della Cattedrale, dove il mio paziente e gentile autista è venuto a prendermi per condurmi velocemente alla frazione di Passiano, sperando che la Chiesa di San Salvatore sia, nel frattempo, aperta.
Pochi minuti di macchina ed eccomi finalmente al monumentale prospetto della chiesa, con il portale chiuso a metà. Molto soddisfatto, mi fiondo velocemente verso il monumentale interno a tre navate separate da pilastri con decorazioni in stucco, così come gli altari laterali ospitanti statue e tele di fattura moderna. Per poter ammirare il vero e proprio gioiello della chiesa è necessario raggiungere il transetto dove si può incontrare la stupenda pavimentazione in maiolica vietrese del 1828, molto delicata e particolare con le sue pennellate policrome. Mi auguro che possa essere meglio valorizzata con un’adeguata copertura trasparente, prima che i frequenti passi sulle piastrelle facciano ulteriori e irreversibili danni.
Ai lati del transetto ci sono altri due altari in stile barocco con le immancabili decorazioni in stucco e ospitanti tele di discreto valore, mentre il sontuoso presbiterio separato dalla navata tramite una balaustra ospita un altare maggiore in muratura policroma con il retrostante coro ligneo. A destra e a sinistra del presbiterio si estendono altre due cappelle, sempre con balaustra, con a sinistra l’altare del Rosario con una tela del 2010 che ha sostituito un’opera cinquecentesca purtroppo trafugata nel 1984, mentre a destra c’è l’altare di Cristo con reliquiari vari.
Al lato sinistro, una porta permette di accedere all’interno della Congrega dei Santi Giovanni e Tommaso Apostoli ad aula unica con volta a stucco. Ospita un altare ligneo settecentesco ed è circondata da preziosi stalli lignei intarsiati, anch’essi settecenteschi. Non manca una preziosa pavimentazione in maiolica, come nell’adiacente chiesa, ma purtroppo appare un po’ troppo danneggiata, mentre sulla controfacciata c’è un organo su cantoria lignea scolpita e il retrostante vestibolo ospita a destra un affresco della Madonna.
Estremamente soddisfatto per aver avuto la possibilità di ammirare i preziosi interni di alcune delle chiese più belle e importanti di Cava de’ Tirreni è giunto il momento di riprendere la mia esplorazione pedonale, partendo da dove avevo interrotto l’ultima volta mesi fa.
Quinto giorno. Sabato, 17 Settembre 2016, nel pomeriggio.
Da Santa Maria a Toro a San Giuseppe a Pennino, passando per Pregiato, Sant’Anna e Santa Lucia.
Sono esattamente le undici e mi sono fatto accompagnare a Pineta La Serra, ai piedi di Colle Sant’Adiutore. Spero di riuscire a terminare entro oggi l’esplorazione delle restanti frazioni collinari di Cava sino a giungere al confine con Nocera Superiore.
Prima di riprendere il cammino mi fermo un attimo e osservo il panorama della conca di Cava con i Monti Finestra e Sant’Angelo sempre più coperti da nuvole. Ormai le condizioni meteo mi interessano relativamente, mi accontento che oggi non piova e ciò mi basta.
Percorro quindi Via Pineta La Serra verso nord, dove è possibile osservare anche Colle Sant’Adiutore con Torre Serra, e poco più avanti incontro un cartello con una mappa stilizzata riguardante l’itinerario storico delle Torri. Si tratta ovviamente delle torri colombaie e ciò non fa che rassicurarmi sulla possibilità di incontrarne altre.
Sempre più incuriosito passeggio lentamente sino a che raggiungo la piccola frazione di Santa Maria a Toro.
Dominata dalla presenza dell’importante Chiesa di Santa Maria a Toro, una della più antiche della città e prestigiosa parrocchiale, menzionata sin dal IX secolo, spicca per il massiccio e allo stesso tempo slanciato campanile che sembra essere costruito su un’antica torre difensiva e che ospita un grazioso orologio in maiolica.
Purtroppo, per la sua isolata ubicazione e per la costruzione della più comoda Chiesa della Santissima Annunziata, già dal XVI secolo cadde in rovina sino a che fu totalmente ripristinata nei primi decenni del Novecento. Colpita dai bombardamenti bellici del 1943, fu nuovamente abbandonata e restaurata solamente dopo il terremoto del 1980.
Questo ha permesso, caso rarissimo nel territorio di Cava, di salvaguardare alcuni elementi romanici e gotici, ma come contropartita si è persa totalmente la facciata essendo stati aggiunti nel corso del tempo diversi fabbricati, attualmente adibiti a canonica e sagrestia, e le originarie tre navate sono state ridotte a due. Inoltre, l’accesso è possibile solamente a lato della navata minore destra.
L’interno, come già detto, è a due navate e si mostra molto semplice ed essenziale, con in fondo alla navata principale una cantoria lignea, mentre sulla volta si mostrano poche ed essenziali decorazioni.
Da qui, a sinistra, si può scorgere in un’area di proprietà privata la ben conservata Torre a Toro con la classica forma cilindrica, mentre proprio alle spalle della chiesa, addossata c’è un’altra torre colombaia, Torre Santa Maria a Toro. È possibile scorgere un bel panorama collinare del Diecimare, con all’orizzonte lo sbiadito Agro Nocerino e ovviamente il Vesuvio, che si mostra in tutto il suo splendore.
Continuo a camminare per qualche minuto con la visuale dell’Agro Nocerino sempre più estesa e esageratamente popolosa, da cui si intravede con chiarezza il colle dove è ubicato il Castello di Nocera Inferiore. La visuale delle colline in primo piano lascia spazio alle retrostanti colline di Sarno sino ai più lontani monti del Vallo di Lauro. Si tratta di un panorama totalmente nuovo per me, di un angolo della Campania più noto per altri e più sinistri motivi che per il suo splendido paesaggio.
Proseguo velocemente in direzione di San Giuseppe a Pennino, sino a imboccare un sentiero alla mia sinistra che mi permette di raggiungere in pochissimi minuti Torre Ponticello, chiamata così per la sua piccola struttura a ponte, e Torre Casella. Queste a differenza delle ultime che ho visitato appaiono purtroppo ridotte e rudere e poco valorizzate. Mi auguro che possano essere inserite in un percorso naturalistico che comprenda buona parte delle torri colombaie del territorio, perché sono una rara testimonianza del passato longobardo.
Il sentiero si interrompe improvvisamente e sono costretto a tornare indietro con l’intenzione di raggiungere la strada asfaltata per la frazione. Dopo qualche minuto di cammino, incontro un sentiero alla mia sinistra e decido di imboccarlo con la speranza di trovare qualche altra torre.
Sono stati sufficienti appena cinque minuti e mi sono trovato davanti alla stupenda Torre a ferire Arco, con la classica forma cilindrica slanciata, questa volta arricchita da archetti ciechi sulla sommità.
Tornato alla strada asfaltata che prende il nome di Via della Monica, svolto a sinistra e mi trovo in località Cerasuolo, con alla mia destra la slanciata e leggermente diruta Torre Castagno.
Piacevolmente soddisfatto da tutte queste torri che sono riuscito ad ammirare da vicino e senza troppa fatica, continuo a camminare per diversi minuti con la compagnia dell’immancabile panorama di Monte Sant’Angelo, il sottostante Colle di San Martino e in fondo, molto lontano, il Vesuvio. Mi sto avvicinando sempre di più all’Agro Nocerino.
Continuo a camminare e un altro scorcio panoramico mi permette di individuare parte della conca di Cava con il Monte Finestra nascosto da nuvole, mentre a sinistra c’è - ancora vicinissimo - Monte Castello, dove rivedo la Torre Serra.
Più mi avvicino alla frazione, più il panorama con l’agro si estende con tutta la sia imponenza e dopo aver camminato per una decina di minuti giungo finalmente nel cuore della frazione, dove si può ammirare, stretta tra le abitazioni la Chiesa di San Giuseppe.
Edificata nel 1744, fu totalmente caduta in rovina dopo il terremoto del 1980 e ricostruita in fatture moderne ed essenziali solo alla fine del secolo scorso, mostra la sua semplicissima struttura a capanna dove a sinistra è incastonato un campanile a vela di cemento. L’interno ad aula unica è assolutamente semplice ed essenziale.
È quasi mezzogiorno, mi tocca accelerare se voglio terminare la visita entro oggi e continuo a camminare a passo leggermente spedito. Per fortuna la strada, nonostante le curve, è in leggera discesa e sono stati sufficienti dieci minuti di passeggiata per raggiungere l’importante frazione di Pregiato.
Uno dei casali più antichi della città, probabilmente di origine longobarda, il suo nome deriva da praesidia, per la presenza delle fortezze che erano situate lungo la Via Maggiore, la strada collinare che collegava Salerno con Napoli senza passare per la conca di Cava.
Si ha una visuale panoramica sublime di Monte Finestra, in questo punto situato esattamente di fronte a me. Supero una modesta edicola votiva totalmente rovinata e poco oltre un altro stupendo panorama è dominato dalla vetta piramidale di Monte Sant’Angelo totalmente libera dalle nuvole.
Cammino per altri dieci minuti e finalmente mi trovo nel cuore della frazione passando per l’importante asse di Via Adolfo Casaburi. Il borgo mi è parso un po’ aleatorio con qualche palazzina diroccata, nonostante non manchino archi di accesso ai vicoli laterali, essenziali portali in pietra per le corti interne e, all’altezza dell’incrocio con Via Matteo Apicella, in posizione rialzata c’è anche una piccola ca****la in totale stato d’abbandono di cui mi è del tutto sconosciuta la dedicazione.
Dal prospetto esterno si intuisce uno stile di primo Novecento, con la sua struttura a capanna delimitata da lesene laterali con capitelli ionici e un timpano triangolare che ospita un volto di angelo con le ali e non manca a destra un campanile a vela. L’interno è totalmente vuoto e spoglio e afflitto da intemperie esterne visto che il portale di accesso è costituito da un semplice cancello che non permette chiaramente di salvaguardare ciò che è rimasto.
Tornato sulla strada principale, che in questo punto cambia nome in Via Lucia Pastore, è sufficiente camminare per poche decine di metri per ammirare a destra il severo prospetto della Chiesa di Gesù e Maria della Consolazione, dominata da un elegantissimo ed elaborato portale tufaceo in stile barocco del 1687.
Nota anche come Chiesa del Monastero, è stata costruita agli inizi del XVII secolo come parte del convento delle clarisse, abitato da suore che sono state trasferite dal Convento di San Giovanni di Borgo Scacciaventi. Divenne ben presto un convento molto fiorente che arricchì l’interno della chiesa di preziose opere sino all’incameramento dei beni ecclesiastici avvenuto nel 1866. Da allora il complesso fu in totale abbandono, con il convento adibito a scuola e abitazioni private e in seguito parzialmente demolito, mentre la chiesa fu affidata alla locale diocesi, ma purtroppo non era sempre aperta al culto. Per questa ragione, nonostante i tentativi di restauro avvenuti negli anni Novanta del secolo scorso dopo i danni sismici, la chiesa è ancora oggi chiusa al culto, in stato d’abbandono e necessitante di urgenti lavori di restauro.
L’interno, chiaramente non visitabile, è a una navata con cappelle laterali, che ospitano altari in muratura riccamente adornati, separate tra loro da massicce paraste in stile corinzio che sono sormontate da grate lignee - un tempo comunicanti con il monastero - e che reggono una bella trabeazione riccamente decorata che funge da base della volta a botte lunettata. Il presbiterio, preceduto da un corto transetto e da un arco trionfale, ospita sulla parete di fondo un altare ricco di decorazioni a stucco e lignee, e all’incrocio tra il transetto e la navata si innalza una cupola finemente decorata. Sulla controfacciata, infine, c’è una cantoria con balaustra lignea.
Augurandomi che questo prezioso scrigno d’arte possa essere valorizzato e riqualificato, continuo la mia passeggiata verso il centro della frazione sino a giungere, subito alla mia destra, una terrazza panoramica da cui si ha una visuale sostanzialmente completa dell’intera conca di Cava dominata dai Monti Finestra e Sant’Angelo finalmente liberi dalle nubi.
Proseguo tra palazzi signorili necessitanti di ristrutturazione sino a che scorgo il particolare ed elaborato campanile della Chiesa di San Nicola. Continuo a camminare e l’edificio religioso si mostra lentamente con tutta la sua imponenza, sino a che mi trovo al centro di Piazza Marco Galdi dove ho la possibilità di ammirare la stupenda facciata barocca affiancata a sinistra da uno slanciato campanile rinascimentale.
Menzionata sin dalla prima metà dell’XI secolo, era inizialmente sotto la giurisdizione della Diocesi di Salerno, ma già nel secolo successivo passò sotto la gestione degli abati della Badia. Originariamente in stile romanico e a navata unica, la chiesa è stata totalmente riedificata a partire dal XVI secolo, come dimostra il monumentale campanile, edificato su progetto di Fabio De Baldo e Pignoloso Cafaro.
Completato nel 1564, si sviluppa su ben sei ordini ed è concluso da un’edicola ottagonale con cuspide piramidale coperta da riggiole smaltate di colore giallo e verde che danno una caratteristica colorazione alla luce solare.
La struttura della chiesa, invece, ha conosciuto un precorso più lungo e complesso completato solamente nel XVIII secolo con decorazioni barocche che possiamo ammirare tutt’ora. La facciata di impianto monumentale è della seconda metà del Seicento ed è sviluppata su due ordini con il portale centrale tufaceo ricco di decorazioni e sormontato da un’immagine in maiolica del santo titolare, mentre quelli laterali sono essenziali e sormontati da oculi mistilinei. Il secondo ordine è costituito da un alto ed elaborato frontone con una finta finestra centrale.
Il grandioso interno è a croce latina a tre navate, con quella centrale molto larga e le laterali più strette ospitanti anche qualche ca****la e il mio occhio è subito catturato dal soffitto ligneo del 1690 dove sono presenti diversi ovali dipinti. Giunto all’incrocio tra la navata e il transetto, erge in alto una slanciata cupola ricca di decorazioni a stucco, e mi trovo davanti al presbiterio con un elaborato altare maggiore. Proprio qui ci sarebbe un prezioso polittico cinquecentesco di Nicola Vitale, ma durante la mia visita era in restauro e sostituito da una più semplice tela.
Dalla piazza si apre un modesto panorama della città, parzialmente nascosta da vegetazione, ma in compenso si ha una monumentale visuale di Monte Sant’Angelo e a destra l’inconfondibile cono di Colle San Martino.
Ora è giunto il momento di avviarmi verso la frazione successiva, situata più un alto rispetto a dove mi trovo, e ha la particolarità di essere raggiungibile anche tramite una scalinata. Proprio a lato del campanile si estende il percorso pedonale ben valorizzato nel 2014 e, molto incuriosito, raccolgo tutte le mie forze e affronto i gradini.
Rivedo il monumentale campanile e dopo dieci minuti di salita faccio una breve pausa con una bella visuale panoramica della conca di Cava con in fondo gli onnipresenti Monti Lattari, resi ancora più imponenti dal progressivo diradarsi delle nuvole, mentre a destra si intravede un po’ l’Agro Nocerino. Mi trovo finalmente alla piccola frazione di Pregiatello.
Mi addentro tra i vicoli e incontro subito la graziosa e ben restaurata Ca****la di Santa Maria delle Vergini. Situata in posizione isolata con alle spalle l’immancabile visuale panoramica della conca, è stata edificata nel 1592 a servizio degli abitanti della piccola frazione.
Con struttura a capanna è affiancata da un tozzo e massiccio campanile, mentre il portale molto semplice è sormontato da una lunetta architravata che ospita un affresco ormai quasi totalmente scomparso, tanto che si vede solo il volto di un angelo.
Approfitto del silenzio del luogo per una breve e frugale pausa pranzo e, allo stesso tempo, provo ad esplorare gli scorci di questa piccola frazione, dove convivono palazzine ben restaurate con edicole in maiolica e edifici un po’ diruti e portali ad arco a tutto sesto. Ovviamente mi soffermo di più sul panorama che, con lo scorrere del tempo è sempre più bello ed affascinante, visto che le nuvole si stanno velocemente allontanando lasciando posto a un cielo limpidissimo e soleggiato.
Ormai l’Agro Nocerino si può ammirare nei minimi dettagli, senza essere celato dall’immancabile e lieve patina cerulea, e si intravede il fianco orientale del Vesuvio. Osservo tutti quegli affioramenti collinari che rendono ancora più contorta e movimentata una pianura tra le più fertili, ricche e produttive della Campania, sino ad intravedere in lontananza i Monti del Vallo di Lauro. Svolto lo sguardo leggermente verso destra, rivedo l’ormai noto Monte Sant’Angelo, ma soprattutto ho la possibilità di ammirare nuovamente Monte Finestra, questa volta con tutta la sua rocciosa imponenza e totalmente libera dalle nuvole.
Riprendo il sentiero verso Pregiato, sempre con lo sguardo catturato da Monte Finestra e dopo pochissimi minuti rivedo anche il campanile della Chiesa di San Nicola. Giunto nuovamente alla piazza della frazione, dove rivedo la bella facciata di cui mi sono immediatamente innamorato, mi avvio idealmente verso la città percorrendo Via Aniello Salsano.
Giunto a una biforcazione, incontro a sinistra un’edicola votiva in stile barocco con un’immagine in maiolica della Madonna con il Bambino, e svolto subito a destra verso la zona residenziale di San Nicola.
Dominata da una continuità edificatoria di palazzine che ormai hanno unito le varie frazioni, inizialmente separate tra loro da campi, raggiungo l’importante asse di scorrimento Via Luigi Ferrara, e proseguo alla mia destra verso nord, idealmente verso l’Agro Nocerino.
Ovviamente trafficatissima e senza alcun edificio di rilievo, ho camminato per una decina di minuti sino a incontrare alla mia sinistra due pilastri superstiti di un portale del 1869, con quello di sinistra sormontato da un ovale in ferro battuto arricchito da spirali, ospitante un’immagine in maiolica di San Giuseppe. Proprio alle spalle si ha una bella e completa visuale di Monte Sant’Angelo, di cui si individua con chiarezza la sua tozza forma piramidale, mentre alla mia sinistra c’è la contorta e rocciosa fisionomia di Monte Finestra.
Dopo diversi minuti di cammino raggiungo il campo sportivo con l’incompleto Palazzetto dello Sport, mentre a destra ci sono diversi edifici condominiali che hanno la particolarità di avere i prospetti decorati in diversi colori, da sembrare opera di un birbante artista.
Faccio una breve pausa, necessaria per rimirare ancora una volta i Monti Lattari all’orizzonte con la sottostante conca di Cava, anche se ormai del centro storico - situato più a sinistra dal mio punto di visuale - non si intravede quasi nulla.
Dopo aver fiancheggiato il Palazzetto dello Sport, mi trovo in località Novella, dominata da vecchi container costruiti per dare un tetto agli sfollati del terremoto del 1980.
Fortunatamente quasi tutti in stato d’abbandono, continuano ad essere purtroppo un elemento dominante del paesaggio e mi auguro che possano essere smantellati prima o poi per dare una necessaria riqualificazione e valorizzazione al territorio. Raggiungo il cuore della località, costituito essenzialmente da residenze sviluppate in prossimità della linea ferroviaria e torno subito indietro avviandomi in direzione delle brulle colline di Diecimare.
Ho fatto dieci minuti di cammino, sino a che svolto a sinistra per Via Luigi Ferrara ed una strada in leggera salita mi porta verso località Pisciricoli.
Addossata ad abitazioni incontro alla mia sinistra la Ca****la di Maria Santissima dei Martiri, di proprietà Pianura, con un prospetto in chiaro stile neoclassico costituito da un portale ad arco affiancato da lesene scanalate ioniche che reggono un timpano triangolare.
Continuo a camminare e mi preparo ad affrontare l’ultima e impegnativa salita con l’obiettivo di raggiungere i Colli Diecimare. Svolto a sinistra per Via Pisciricoli, una località rurale di villeggiatura dove convivono essenziali edifici rurali e qualche villetta.
Superato un modesto torrente, imbocco una strada ancora più ripida alla mia destra che mi permette di raggiungere località Petrellosa.
La passeggiata diventa sempre più impegnativa e particolarmente faticosa, ma la affronto stoicamente, un po’ perché ho visto di peggio - come la salita alla vetta di Monte Finestra - e un po’ perché sono ormai alla fine del viaggio e mi sembra inutile arrendersi proprio ora, a pochi passi dalla meta finale.
Faccio dieci minuti di cammino e la fatica della salita è piacevolmente compensata da una visuale inedita del complesso dei Monti Lattari, visti per la prima volta da una prospettiva totalmente diversa. Infatti non ho individuato immediatamente i Monti Sant’Angelo e Finestra, come mi è capitato sino ad ora, mentre della conca di Cava non si vede ormai quasi nulla. In compenso a destra si ha un’estesa e sterminata visuale dell’Agro Nocerino con il Vesuvio a fare da padrone.
Continuo a camminare imperterrito lungo Via Petrellosa, dominata da isolate villette sino a superare un altro torrente. La mia solitaria e impegnativa passeggiata è accompagnata dalla visuale del Vesuvio e dopo altri dieci minuti decido di fermarmi nuovamente perché adesso il mio cono visivo comprende per la prima volta anche il lontanissimo Golfo di Napoli insieme a un piccolo pezzo della Pen*sola Sorrentina e all’orizzonte l’inconfondibile fisionomia dell’Isola d’Ischia.
Neanche dalla vetta di Monte Finestra ho avuto la possibilità di avere una visuale così estesa e quindi decido di fermarmi per riprendere le forze e contemplare un paesaggio davvero pittoresco e unico nel contesto italiano. Come contropartita, ormai della conca di Cava non si vede quasi nulla se non il solito Monte Sant’Angelo, mentre Monte Finestra è già parzialmente coperto da vegetazione.
Riposatomi, continuo a camminare per pochi minuti sino a giungere al cuore di località Petrellosa, con qualche modesto edificio rustico. Mi fermo pochissimi minuti e proseguo velocemente verso la frazione successiva.
Temporaneamente rinfrancato da una strada in lieve discesa, percorrendo a sinistra Via della Quercia e Via Lamia, raggiungo una strada provinciale che mi conduce a destra - questa volta nuovamente in salita - verso l’importante frazione di Sant’Anna.
Proseguo per pochi minuti e mi trovo finalmente davanti alla Chiesa di Sant’Anna. Edificata nel 1860 in forme neoclassica, è stata ampliata nel 1936 aggiungendo una seconda navata e il campanile e presenta un prospetto dove si nota la forte sproporzione tra la modesta facciata e il massiccio campanile. La facciata è a capanna in stile neoclassico scandita da essenziali lesene con sopra il portale l’immagine di Sant’Anna con Maria Bambina, mentre in alto c’è un timpano triangolare arricchito da sovrastanti pinnacoli con al centro una croce.
L’interno, a due navate, mi è parso davvero pulito ed armonioso e si nota con chiarezza la differenza stilistica tra la navata centrale con decorazioni a stucco ottocentesche, e la più essenziale navata destra attualmente sede di congrega. Inoltre, si possono ammirare sulle arcate dei moderni affreschi degli anni Settanta del secolo scorso.
Vista la stanchezza e la non chiarezza delle informazioni in mio possesso decido di rinviare all’indomani l’esplorazione del Parco Diecimare, magari facendomi accompagnare dal mio paziente autista e decido di spostarmi verso le località vicine.
Dalla chiesa raggiungo la vicina e ottimamente pavimentata Piazza Bernardino Lamberti, da cui si dovrebbe scorgere un panorama della conca di Cava, ma è parzialmente nascosto da imponenti cedri. In compenso si può avere un’adeguata visuale delle brulle colline del Diecimare e anche del Vesuvio.
Proseguo per Via Pasquale di Domenico verso le colline e svolto subito a destra per località Breccelle.
Qui con mia grande sorpresa trovo le indicazioni per il Parco Diecimare e, visto che mi trovo ormai nei pressi, decido di raggiungerlo, anche se so già in anticipo che la strada è tutta in ripidissima salita. Mi trovo subito immerso in un bel paesaggio rurale con campi coltivati, i panorami montani all’orizzonte e l’Agro Nocerino sempre più vicino.
Mi allontano quindi dalla conca e dopo diversi minuti di salita incontro un’interessante villa isolata su un poggio collinare, probabilmente un’antica azienda agricola convertita in luogo di villeggiatura e andando sempre più avanti, con lo sguardo imperterrito verso la salita mi trovo ai piedi dei brulli colli che, in quel momento, scopro chiamarsi Monte Caruso con la modesta altitudine di 763 metri, mentre a destra c’è la più verdeggiante Forcella di Cava che, con i suoi 852 metri di altezza, permette di avere una visuale estesa sia del Golfo di Napoli che del Golfo di Salerno.
Dopo quaranta minuti di ininterrotto cammino dalla frazione di Sant’Anna, mi trovo finalmente davanti al cancello di accesso al Parco Diecimare, un’oasi WWF istituita nel 1980 e che si estende tra i comuni di Cava de’ Tirreni e Mercato San Severino su ben 444 ettari.
Dovrebbe essere fornito di un centro visite, di percorsi natura con pannelli didattici, aree faunistiche e anche un museo naturalistico, ma purtroppo di tutto questo non c’è più nulla. Ho trovato un vergognoso abbandono e degrado, probabilmente per motivi burocratici a causa del mancato rinnovo della convenzione, ma questo non giustifica la totale vandalizzazione del parco, dove ho trovato quasi tutto divelto e invaso da erbacce.
È stato davvero un duro colpo per me, tanto amante della natura e di piacevoli passeggiate tra i boschi e non solo. Questo parco sarebbe molto interessante perché fa mostrare in poco spazio diversi ecosistemi, da quelli steppici costituiti da macchia mediterranea, a quelli più temperati con boschi di querce e castagni e ospita diversi animali, tra cui lo stupendo macaone, una farfalla simbolo del parco stesso.
Mi auguro che la convenzione possa essere rinnovata - magari nel frattempo si è già risolto tutto e io ci sono andato in un periodo sfortunato - e che non ci siano intoppi e ostacoli alla salvaguardia di un paesaggio particolare e pittoresco situato a pochissima distanza da ambienti fortemente trasformati dalle attività umane come la conca di Cava e l’Agro Nocerino.
Dalla rabbia immediata sono passato a una più rassicurante speranza e, rinfrancato dai pensieri positivi, mi avvio velocemente sulla strada del ritorno. Fortunatamente la passeggiata è sempre più piacevole, essendo tutta in discesa e mi preparo psicologicamente per affrontare la frazione più importante e popolosa della città di Cava de’ Tirreni, anche se ci vorrà ancora un po’ prima di raggiungerla.
Tornato all’incrocio con la strada provinciale, ovvero Via Pasquale di Domenico, faccio una deviazione temporanea imboccando una strada alla mia destra verso località San Felice.
Si tratta essenzialmente di un’area residenziale di villeggiatura da cui si ha nuovamente un esteso panorama dell’intera conca di Cava e l’ormai lontano Monte Finestra, mentre questa volta Monte Sant’Angelo appare in primo piano. Il sole è vicino al tramonto e forse mi mancano tre ore di luce.
Cammino velocemente per una quindicina di minuti percorrendo Via Pasquale di Domenico che mi costringe ad attraversare di nuovo Sant’Anna sino a giungere alle porte della frazione di Santa Rosa, più nota come Caselle.
Alle porte, nei pressi di un incrocio, incontro un’edicola votiva in stile vagamente barocco dove è raffigurata l’immagine della Madonna con il Bambino ed ha la particolarità di essere protetta da una specie di gazebo in pietra con colonne tortili. Devo dire che è molto frequentata visto che ai piedi sono presenti diversi vasi di fiori freschi, anche se non ne manca qualcuno finto per dare un’immagine illusoria.
Poche decine di metri più avanti, mi trovo nel cuore della piccola frazione di Santa Rosa, dove è possibile ammirare una piccola e modesta ca****la.
Probabilmente di origine cinquecentesca, è dedicata ovviamente a Santa Rosa alle Caselle, e presenta un modesto prospetto a capanna con volta ad arco ribassato e sormontato da un campanile a vela. L’interno ad aula unica è decisamente semplice ed essenziale e ospita in fondo al presbiterio un’immagine di Santa Rosa inserita all’interno di una cornice mistilinea in stucco.
Dalla chiesa si ha ovviamente il solito panorama della conca di Cava, questa volta con Monte Finestra proprio davanti a me.
Ora vorrei provare ad esplorare altre torri colombaie longobarde e quindi, tornando indietro all’altezza dell’edicola, svolto a sinistra e mi addentro nella stradina ricca di curve che, più o meno, fiancheggia il Vallone del Lupo.
Purtroppo delle quattro torri previste non sono riuscito a visitarne neanche una perché tutte inserite in proprietà privata e non visibili neanche dalla strada. Per dovere di cronaca si sarebbe trattato di Torre Poliere delli Cordusi e di tre Torri del Toppo.
Sono tornato nuovamente a Santa Rosa e, per spostarmi alla frazione successiva, ho dovuto raggiungere le porte della frazione di Pregiato, svoltare a sinistra per Via Luigi Ferrara e quindi fiancheggiare nuovamente quell’incompleto Palazzetto dello Sport e raggiungere la località di Novella. Poco oltre mi trovo già in località Starza.
Solo in questo momento scopro che Palazzo Ioele, che avevo inizialmente previsto di visitare, l’ho già visto mentre mi stavo avviando a Pisciricoli ed è situato nei pressi della Ca****la della Madonna dei Martiri. Purtroppo, a volte i confini tra le frazioni sono veramente labili e a volte si sovrappongono tra loro. Fortunatamente l’edificio - se è proprio quello che penso - non è particolarmente significativo ed è bastato un breve sguardo per studiarlo.
Ora mi trovo in piena area industriale con grandi capannoni e dopo pochi minuti giungo a un’importante rotatoria situata nei pressi del Vallone del Lupo. Imbocco quindi a destra Via Giuseppe Vitale e dopo ben quarantacinque minuti di passeggiata da Starza mi trovo finalmente all’importante e popolosa frazione di Santa Lucia.
Di antiche origini romane, come provano diversi rinvenimenti archeologici di reperti legati alla vicina e importante città di Nuceria Alfeterna, è da sempre una località peculiare con una propria identità, tanto che il suo dialetto è più vicino al nocerino che al cavese.
Situata sul fianco di una collina, tra le ultime propaggini che interessano la conca di Cava prima di raggiungere il popoloso e industrializzato Agro Nocerino, mi dà il benvenuto un bel quadro in maiolica con raffigurato uno scorcio della frazione e a lato una piccola poesia in vernacolo.
Percorro Via Felice Rispoli e giungo finalmente alla centrale Piazza Felice Baldi dove si ha la possibilità di ammirare il bel prospetto della Chiesa di Santa Lucia Vergine e Martire, dominato da un massiccio campanile situato al lato destro.
Edificata nel XIII secolo, in sostituzione della primitiva Chiesa di Santa Lucia de Balnearia situata poco distante e ormai scomparsa, fu totalmente rinnovata a partire del XVII secolo con la costruzione dell’attuale facciata in stile tardo-manierista su progetto di Matteo Vitale dove convivono elementi tufacei a vista e finemente intagliati. Progressivamente ampliata sino a raggiungere le dimensioni attuali, fu gravemente danneggiata dai terremoti del 1930 e del 1980 oltre che dai bombardamenti del 1943, è riuscita a mantenere l’originario impianto grazie a importanti lavori di restauro, conclusi con la totale edificazione di un moderno campanile nel 1984 e situato a una certa distanza dalla chiesa.
Nonostante la continua ricostruzione con aggiunte e ampliamenti, la chiesa mostra la sua armoniosa unità stilistica, con la sua bella facciata tufacea, sviluppata in due ordini con portale finemente decorato in cui è incisa la data del 1634 sormontato da un’edicola con l’immagine della santa, mentre nel secondo ordine è presente una piccola finestra quasi dello stesso stile del portale. Notevole è la cupola ricoperta da mattonelle policrome, simile alle tante che ho visto nel territorio di Cava, mentre il campanile situato al lato destro, nonostante la sua fattura moderna non si mostra nel solito stile contemporaneo, anzi rispecchia l’armonia e lo stile del fabbricato originario.
L’interno a tre navate mostra la stupenda volta a cassettoni del 1677, opera di Michele Ragolia. Presenta diverse tele rappresentanti la vita di Santa Lucia e notevole è l’altare maggiore con una tela cinquecentesca attribuita a Aert Mijtens.
Accanto alla chiesa c’è il Museo di Arti e Mestieri e Civiltà Contadina che, purtroppo, era chiuso senza alcuna indicazione di orari di apertura, dove dovrebbe esserci un’esposizione di attrezzi e oggetti provenienti esclusivamente dalla frazione, con testimonianze di antiche attività artigianali ormai quasi del tutto scomparse.
Di fronte alla chiesa si ammirano due stupendi palazzi signorili. A destra Palazzo Sorrentino con un pulito prospetto intonacato di giallo e dominato da un lungo balcone in ferro battuto, mentre a sinistra Palazzo De Julis con uno stemma seicentesco. Proprio all’angolo con Via Trara Genoino c’è la graziosa Ca****la Lamberti con una cupola di mattonelle policrome e il prospetto barocco sormontato da un timpano curvilineo che ospita un’edicola con la Madonna e il Bambino e mi avvio lungo la stretta stradina dove prospettano diversi palazzi signorili.
Prima c’è a destra l’imponente Palazzo Lamberti, a cui appartiene la ca****la. Del XVIII secolo appare ben ristrutturato con il suo intonaco giallo e si mostra imponente e maestoso nonostante prospetti su una strada molto stretta.
Di fronte, alla mia sinistra c’è Palazzo Sorrentino Lamberti, forse un po’ troppo ristrutturato, ma sostanzialmente dignitoso. Qualche metro più avanti incontro alla mia destra Palazzo Baldi, forse necessitante di qualche lavoro di restauro e un po’ troppo rimaneggiato da aggiunte e trasformazioni, mentre di fronte c’è il cinquecentesco Palazzo Silvestri con un accesso ad arco.
Tornato in Piazza Felice Baldi, proseguo lungo la strada che fiancheggia la chiesa sino ad incontrare un altro palazzo cinquecentesco, mentre a un angolo c’è Palazzo Lambiase.
Il sole ormai è vicino al tramonto e mi tocca accelerare di molto il mio cammino e, dopo aver attraversato Via Pasquale Di Domenico, giungo brevemente in località Bagnara.
Dopo dieci minuti di cammino ammiro la bella visuale della frazione dominata dalla Chiesa di Santa Lucia, da cui spiccano il campanile e, soprattutto, la cupola resa ancora più bella dalle luci del tramonto. Inoltre si ha una bella visuale di Monte Sant’Angelo.
Torno velocemente verso le porte della frazione di Santa Lucia e svolto a sinistra per Via Giovanni Cesaro, in località San Gregorio.
Ormai mi trovo nella moderna e anonima periferia della città, tra le tante palazzine incontro un palazzo in cemento armato a vista totalmente abbandonato e ricoperto di graffiti. La mia prima impressione è stata di sconcerto, per il vandalismo, ma forse - proprio perché il fabbricato è inutilizzato e pericolante - l’amministrazione locale potrebbe metterlo in sicurezza almeno per dare la possibilità agli artisti della street art di mostrare su di esso liberamente il proprio estro. In fondo anche la città di Cava ha bisogno di un po’ di modernità, ma deve essere bella e piacevole alla vista.
Proseguo ancora per via Giovanni Cesaro e mi trovo ormai vicino alla Via Nazionale, giungendo in località Monticelli.
Proprio qui vedo per la prima volta il Torrente Cavaiola, che raccoglie tutte le acque dei torrenti provenienti dai monti intorno alla conca di Cava e si dirige verso l’Agro Nocerino. Ovviamente un po’ inquinato perché mi trovo in zona industriale, necessiterebbe di qualche lavoro di rinaturalizzazione e valorizzazione. Purtroppo la vicina Via Monticelli è una strada privata e inaccessibile e non mi è stato possibile ammirare le due torri colombaie longobarde che prendono il nome di Torri di Monticello. Non nascondo, inoltre, il mio forte sospetto che le due torri siano state demolite vista la presenza di moderni capannoni di recente costruzione situati esattamente sul luogo dove dovrebbero essere situate.
Un po’ rammaricato fiancheggio per qualche metro la linea ferroviaria sino a giungere esattamente al confine con il vicino comune di Nocera Superiore e raggiungo la vicina Via Nazionale tramite un piccolo sottopassaggio.
Eccomi finalmente lungo la strada statale e mi avvio - questa volta per davvero - verso l’ultima frazione della mia lunga e faticosissima esplorazione della città. Si tratta di San Giuseppe al Pozzo.
Cammino lentamente assaporando gli ultimi minuti della mia esplorazione della città, sino a che incontro alla mia destra una porta monumentale formata da un arco a tutto sesto sormontato da un frontone con nicchia che, probabilmente, doveva ospitare un’antica edicola votiva. Purtroppo un po’ diruta e isolata, necessiterebbe di qualche lavoro di valorizzazione perché rappresenta una preziosa testimonianza del passato di una frazione ormai totalmente invasa dalla più frenetica modernità.
Poco più avanti c’è la Chiesa di San Giuseppe al Pozzo, edificata nel XVIII secolo a servizio della frazione in continua crescita, e totalmente ricostruita negli anni Venti del secolo scorso. Presenta un semplice prospetto a capanna in stile vagamente neomedievale con arcate cieche e portale di accesso leggermente ogivale ed è affiancato da un tozzo campanile.
L’interno molto sobrio è a una navata e mi è parso decisamente spirituale nella sua semplicità. In fondo alla navata si estendono ai lati due nicchie, quella a sinistra ospitante il simulacro di una Madonna e a destra San Giuseppe, mentre il presbiterio ospita un semplice altare maggiore. Infine, la volta del presbiterio è coperta di affreschi di fattura relativamente moderna.
Dalla chiesa incontro, proprio di fronte, una fontana ancora utilizzata dalla comunità locale per attingere l’acqua, che ospita una targa che ricorda il restauro effettuato nel 1929 effettuato dalla Lega Italiana per la protezione degli animali. Molto curioso è il fatto che le due fontane situate ai margini della città di Cava siano state restaurate da “particolari” associazioni legate agli animali.
Perso in questa riflessione un po’ buffa e ridicola aspetto che arrivi colui che mi verrà a prendere. Con me ha avuto molta pazienza e proprio ieri era il suo compleanno. Non a caso queste sessantaquattro pagine sono un regalo che dedico a lui - nato proprio qui - che è entrato con discrezione nella mia famiglia e nella nostra vita.
Epilogo
Cosa dire? Credo sia la prima volta in vita mia che ho affrontato in questo modo un viaggio, esclusivamente a piedi tra le diverse frazioni. Forse proprio per questa ragione, sono riuscito ad entrare negli angoli più intimi e nascosti della città di Cava de’ Tirreni, che ha messo in mostra le bellezze più recondite, magari a volte soppiantate dalle imponenti costruzioni della contemporaneità.
Nonostante i contrasti, Cava mantiene ancora il suo fascino di privilegiata località di villeggiatura, con le varie frazioni ancora isolate e lontane dalla frenesia delle assi di scorrimento sia stradali che ferroviarie. Credo che non sia possibile conoscere la città in poco tempo, magari con la comodità dell’automobile e privilegiando i luoghi più famosi; quella è solo la superficie, come dire il salotto buono, e non permette di conoscere appieno l’anima intima e profonda dei suoi operosi abitanti.
Mi auguro che questo racconto - il più lungo in assoluto tra quelli che io ho scritto - possa permettere sia ai curiosi visitatori che ai cavesi stessi di conoscere meglio la città, di amarla e soprattutto di non maltrattarla troppo.
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