18/10/2026
Vi racconto una storia che non inizia con c’era una volta… ma l’ho scritta io e non l’AI; a cui attribuisco i credits di questi scatti generati dal testo.
Dopo questa doverosa premessa, iniziamo così…
Come faceva sempre: si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia al petto con quell’aria insopportabilmente compiaciuta di chi sa di avere i dati empirici dalla sua parte. Sul volto gli aleggiava un sorriso a metà tra il trionfante e il tenero. Incrociò le caviglie e disse:
«Alla fine non sei andata via come mi avevi detto…» mormorò, inclinando leggermente la testa. Poi, abbassando il tono in un’imitazione teatrale e volutamente drammatica della voce di lei, la citò: «”Com’era? Ah sì… tutta quella storia del treno che quando passa dalla stazione non lo fa mai due volte…”»
Quello era il suo modo razionale, ironico e un po’ presuntuoso per dirle: “Puoi usare tutte le belle parole che vuoi per fare la dura, ma i fatti dimostrano matematicamente che sei ancora qui con me”.
Lei non si scompose, né abbassò lo sguardo. Invece di indietreggiare davanti a quella provocazione, decise di smontarla nel modo che le riusciva meglio: annullando lo spazio tra di loro. Fece un paio di passi lenti e deliberati, invadendo il suo perimetro di sicurezza. Si fermò così vicino da costringerlo a trattenere il fiato, sollevando il mento fino a piantare i propri occhi nei suoi. Era a un centimetro dal suo naso.
Lui poteva avere dalla sua la memoria storica delle conversazioni, ma lei sapeva esattamente come arrivare al punto.
«Il mio treno è partito, infatti,» gli sussurrò, la voce bassa e un po’ roca, le labbra a un soffio dalle sue. «Ma il mio cuore è sempre rimasto nei pressi della stazione.»
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