Amira Archivie Vintage Recycle and Restyle

Amira Archivie Vintage Recycle and Restyle It's a blog where everything about a conscious life finds own place Mirella Musumeci è nata in Sicilia. Ha collaborato, tra gli altri, per Vogue e L'Uomo Vogue.

AMIRA ARCHIVIE: L'ALCHIMIA DELLA MODA

creatività, trasformazione, sostenibilità

Amira Archivie è un progetto pensato da Mirella Musumeci che ha sentito l'esigenza di trasformare la sua passione per le cose belle e la sua visione dello stile in attenzione particolare all'artigianalità e maggior rispetto per il pianeta, senza per questo rinunciare al divertimento e al piacere di vestirsi. Mirella

, che ha lavorato nel mondo della moda per quasi 30 anni, ha sempre amato il vintage e nel tempo ha creato un archivio di abiti. Ha unito la sua esperienza di stylist e disegnatrice, oltre a un'ampia visione della moda, per creare capi in limited edition che mostrano la sua manualità e abilità nei ricami. La sua vasta conoscenza del mondo degli accessori le ha permesso, con piccoli accorgimenti, macro e micro paillettes, fiori, ricami all'uncinetto, frange e piume, di dare nuova vita a selezionati capi vintage. Si è traferita a Milano dove ha frequentato una scuola di design. Ha iniziato a lavorare nel modo della moda come fashion designer, costumista e stylist. AMIRA ARCHIVIE - ALCHEMY OF FASHION

creativity, transformation, sustainability

Amira Archivie is a project born from the wish to connect fashion and style crave with craftmanship and sustainability, without giving up the pleasure of wearing with enjoyment. Starting from a broad view on the fashion industry, by restyling works and careful choices of vintage items, Amira Archivie becomes a limited edition capsule. The apparels come from Mirella Musumeci vintage wardrobe, and for this reason you may notice tiny flaws. Every piece exposed here was selected following an accurate styling view and after a sapient craftmanship becomes exclusive. Amira Archivive is green fashion lovers corner.

06/09/2026

🔵La grande truffa dell'acqua in bottiglia🔵

Acqua in bottiglia, anomalia tutta italiana: “Business miliardario, alle Regioni solo briciole”
Acqua in bottiglia, che business: “Le aziende pagano solo 1 millesimo di euro al litro”

In Italia l’acqua continua a essere gestita come se fosse proprietà privata a vantaggio di pochi che si assicurano enormi guadagni a discapito di cittadini, dell’ambiente e delle stesse casse statali. Dossier di Legambiente e Altreconomia: alle Regioni solo le briciole

Più che un business, è una vera e propria anomalia tutta italiana. Nonostante sia un bene primario, vitale e da preservare, in Italia l’acqua continua spesso a essere gestita come se fosse proprietà privata a vantaggio di pochi che si assicurano enormi guadagni a discapito di cittadini, dell’ambiente e delle stesse casse statali.

Acqua in bottiglia, settore che non conosce crisi
Il settore dell’acqua in bottiglia in Italia non conosce crisi: un giro d’affari stimato intorno ai 10 miliardi euro all’anno, con un fatturato per le sole aziende imbottigliatrici che i rapporti di settore stimano in 2,8 miliardi di euro, di cui solo lo 0,6% arriva nelle casse dello Stato. Le aziende infatti pagano canoni che raggiungono al massimo i 2 millesimi di euro al litro (un costo di 250 volte inferiore rispetto al prezzo medio di vendita dell’acqua in bottiglia). In Italia ci sono oltre 260 marchi distribuiti in circa 140 stabilimenti che imbottigliano gli oltre 14 miliardi di litri necessari per garantire l’esorbitante consumo pro-capite nostrano (206 litri annui), che fanno dell’Italia il primo Paese in Europa e il secondo nel mondo (dietro solo al Messico) per consumo di acqua imbottigliata, stando a i dati forniti da Censis.

Dossier Legambiente e Altreconomia
A riportare l’analisi sul business dell’acqua in bottiglia sono Legambiente e Altreconomia che, in vista della Giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo, presentano il dossier “Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana”, in cui si riporta la non sostenibilità dell’attuale modello di gestione della risorsa idrica e le carenze strutturali del nostro Paese. Per questo l’associazione ambientalista chiede che la concessione di beni comuni naturali e di pregio venga sottoposta ad attente regole di assegnazione e gestione, nonché a canoni adeguati in modo da evitarne abusi nell’utilizzo e rendite per pochi.

Business miliardario, in costante aumento
“I dati riportati nel rapporto evidenziano come in Italia l’acqua in bottiglia garantisca ancora oggi un business miliardario, in costante aumento negli ultimi anni, così come i consumi – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente -. Alla base del record tutto italiano il falso mito che sia migliore e più controllata di quella del nostro rubinetto e soprattutto un costo della materia prima (l’acqua), per chi imbottiglia, praticamente nullo: una media di appena 1 millesimo di euro per ciascun litro imbottigliato. Per questo proponiamo di applicare un canone minimo a livello nazionale di almeno 20 euro al metro cubo, cioè 2 centesimi di euro al litro imbottigliato. Un canone comunque irrisorio, ma già dieci volte superiore a quello attuale e che permetterebbe alle Regioni di incrementare gli introiti di almeno 280 milioni di euro l’anno, da reinvestire in politiche e interventi in favore dell’acqua di rubinetto e per la tutela di della risorsa idrica, oggi messa a dura prova anche dai cambiamenti climatici e dalle continue emergenze siccità”.

L’obiettivo di incrementare l’utilizzo dell’acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo uso di bottiglie di plastica è anche al centro dei recenti cambiamenti in atto nella legislazione europea, dalla Plastic Strategy alla nuova proposta di revisione della direttiva sulle acque potabili presentata lo scorso 1 febbraio, con una riduzione del 17% dei consumi di acqua in bottiglia di plastica e un risparmio conseguente per le famiglie europee pari a 600 milioni di euro l’anno. Intanto il consumo di acqua in bottiglia nel nostro Paese continua a crescere, con una produzione che oscilla tra i 7 e gli 8 miliardi di bottiglie all’anno. Il 90% dell’acqua emunta e imbottigliata in Italia non valica i confini. Nel 2010 erano dodici i miliardi di litri confezionati, saliti a quattordici nel 2016.

Le briciole agli enti regionali
Un affare miliardario che vede gli enti regionali accontentarsi delle briciole: appena 18 milioni, secondo una recente stima riportata di Repubblica (inchiesta pubblicata il 2 gennaio dal titolo “La minerale non disseta i comuni”), rispetto ai circa 2,8 miliardi all’anno che guadagnano invece le aziende concessionarie. Alle aziende che hanno una concessione per imbottigliare l’acqua vengono concessi canoni a dir poco irrisori e che spesso addirittura vengono ridotti ulteriormente se, invece, della plastica utilizzano vetro o meccanismi di vuoto a rendere. Un’attenzione che fa sicuramente bene all’ambiente, peccato però che il prezzo al consumatore finale non cambi mai. Nel migliore dei casi le aziende concessionarie infatti pagano 2 millesimi di euro al litro, cioè cento volte meno del prezzo di 50 centesimi che i cittadini pagano in media per una bottiglia d’acqua in un supermercato; anche mille volte inferiore, invece, a quello che si paga per una bottiglietta venduta al dettaglio in bar, ristoranti, stazioni o negli aeroporti.

290 concessioni attive
Oggi si contano oltre 290 concessioni attive nel territorio italiano per un totale di circa 250 chilometri quadrati di aree date in affidamento. Nel corso di questi anni la situazione è migliorata per ciò che riguarda l’adeguamento ai criteri di definizione dei canoni di concessioni dettati dal documento della Conferenza Stato Regioni, ma siamo ancora molto lontani dalla proposta dei 20 euro/metrocubo, come criterio unico nazionale, ovvero 2 centesimi al litro, che proponiamo nel dossier.

I canoni che le Regioni applicano, in maniera differente da Regione a Regione, seguono tre criteri in funzione degli ettari in concessione, dei volumi emunti e di quelli imbottigliati: solo 5 Regioni applicano tutti e tre i criteri previsti (Emilia Romagna, Lazio, Molise, Sicilia e provincia autonoma di Bolzano), mentre nel 62% dei casi le Regioni applicano due canoni su tre. Sono 3 le Regioni che applicano un solo canone (Abruzzo, Sardegna e Toscana). I prezzi applicati ai canoni di concessione sono molto eterogenei tra loro: si passa da un minimo di 21,38 euro per ettaro previsto in Emilia Romagna (che applica però tutti e tre i canoni previsti) ai 130 euro/ettaro previsti in Puglia (che applica invece un solo canone per la concessione) o ai 587,68 applicati in Veneto nelle concessioni di pianura.

1 millesimo di euro al litro
L’aspetto più interessante riguarda però il canone per i quantitativi imbottigliati, che presentano un valore medio di 1,15 euro/metro cubo, ovvero 1 millesimo di euro al litro, che può salire nel migliore dei casi ai 2,70 euro/metro cubo applicato dalla Provincia Autonoma di Bolzano (corrispondente comunque a 2,7 millesimi di euro al litro) e che invece può ridursi fino a 0,30 euro a metro cubo come avviene in Abruzzo. Le Regioni che non prevedono nulla per i quantitativi di acqua imbottigliata e che quindi sono rimaste ancora indietro rispetto a questo importante canone sono Puglia, Umbria e Sardegna. Se venisse applicata la proposta di Legambiente in queste tre regioni, solo per fare un esempio, i possibili introiti che intascherebbero le casse regionali e comunali sarebbero rispettivamente di 1,2 milioni di euro/anno, 6,7 e 22,6 mentre considerando anche le altre Regioni, in base ai dati disponibili, gli introiti totali potrebbero essere di oltre 250 milioni di euro/anno (vedi tabella allegata).

L’introito per ogni Regione sulla base della modifica di importo proposto da Legambiente sul canone di concessione per ogni litro imbottigliato (elaborazione Legambiente su dati delle regioni)

Rete idrica inadeguata
In Italia sono innegabili i problemi alla rete idrica e la scarsa fiducia dei cittadini. Nonostante l’Italia sia ricca di acqua, e per lo più di buona qualità, esistono purtroppo alcune criticità nel sistema di approvvigionamento, di gestione e di controllo che spesso contribuiscono ad alimentare la sfiducia nei confronti dell’acqua del rubinetto, che oggi riguarda circa un terzo delle famiglie italiane. Tra i problemi più frequenti sicuramente l’inadeguatezza della rete idrica: si arriva a una dispersione media del 40,6% (mentre la media europea si assesta intorno al 23%): il 60% degli acquedotti italiani ha un’età superiore a 30 anni (il 24% ha più di 50 anni) e su 350mila chilometri di tubazioni almeno la metà risultano da riparare o sostituire. Frequenti sono anche i casi di razionamento delle acque, non soltanto nei periodi estivi o di siccità, in varie città italiane per contrastare la mancanza di acqua. Solo lo scorso anno, secondo i dati Istat, il 9,4% delle famiglie italiane ha lamentato un’erogazione irregolare dell’acqua nelle abitazioni. Ci sono inoltre alcune situazioni di contaminazione dell’acqua potabile, connesse con l’inquinamento delle falde utilizzate per l’approvvigionamento o con problemi lungo la distribuzione, che non migliorano di certo la percezione dei cittadini sul tema e su cui è urgente intervenire in maniera tempestiva e con una chiara e trasparente attività di informazione per la popolazione coinvolta.

I controlli sono accuratissimi
“Si tratta però di situazioni puntuali per lo più note e segnalate dalle autorità competenti, che non devono essere generalizzate su tutto il territorio nazionale – aggiunge Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente e curatore del rapporto -. I controlli sull’acqua che arriva nelle nostre case sono molto accurati e frequenti (a Roma ad esempio vengono eseguiti circa 250mila controlli all’anno) e la normativa è in continuo aggiornamento, a livello europeo, con la discussione iniziata nel 1 febbraio scorso della nuova direttiva sulle acque potabili, il cui obiettivo è proprio quello di incrementare l’utilizzo di acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo consumo di bottiglie di plastica, e nazionale, dove si sta sperimentando lo strumento dei Water Safety Plan. Quest’ultimo si pone l’obiettivo di prevenire i problemi qualitativi sulle acque potabili e al tempo stesso rafforza la rete dei controlli e le modalità di comunicazione, informazione e trasparenza”.

Troppa plastica

In Italia, in base ai dati elaborati da Legambiente, il 90-95% delle acque viene imbottigliato in contenitori di plastica e il 5-10% in contenitori in vetro: in pratica ogni anno vengono utilizzate tra i 7 e gli 8 miliardi di bottiglie di plastica. Numeri impressionanti anche rispetto agli impatti ambientali: più del 90% delle plastiche prodotte derivano da materie prime fossili vergini (il 6% del consumo globale di petrolio) e l’80% dell’acqua imbottigliata in Italia viene trasportata su gomma (un autotreno immette nell’ambiente anche 1300 kg di CO2 ogni 1000 km). Per questo le bottiglie di plastica rappresentano uno dei nodi centrali anche nella recente Plastic Strategy europea, presentata a fine 2017, che si pone l’obiettivo di ridurre i consumi di bottiglie e di fermarne la dispersione nell’ambiente, a partire da quello marino-costiero. Dall’indagine Beach Litter condotta da Legambiente lo scorso anno emerge che oltre l’80% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge italiane tra il 2014 e il 2017 sono oggetti in plastica e che bottiglie e tappi ne rappresentano il 18%: in pratica l’equivalente di oltre 15mila bottiglie. Senza calcolare che i rifiuti visibili sono stimati in una percentuale di circa il 15% rispetto a quelli in realtà sommersi e presenti sui nostri fondali.

06/09/2026

Dal genio di due giovani italiani, nasce la rivoluzione della bioplastica di canapa: ecologica e sostenibile.

Kanèsis, la startup italiana che ha inventato la bioplastica di canapa

di OTTAVIA ZANETTA

Kanèsis, startup siciliana promotrice dell’economia circolare, inventa una bioplastica nata dall’unione tra la canapa e gli scarti vegetali.

Da due giovani siciliani nasce la rivoluzione della bioplastica sostenibile che unisce la canapa agli scarti vegetali delle aziende agricole. Secondo la filosofia di Kanèsis, infatti, si possono sostituire i materiali petrolchimici con composti di origine vegetale, supportando così l’economia circolare.

La storia di Kanèsis

Dalla crasi tra canapa e kinesis (“movimento” in greco) nasce Kanèsis, startup che dopo anni di ricerca e sperimentazione ha preso vita nel 2015 dall’idea di Giovanni Milazzo e Antonio Caruso con il desiderio di valorizzare gli scarti di filiera. L’obiettivo è di creare un’impresa che diffonda in Sicilia l’innovazione nel rispetto di un modello di economia circolare e sostenibilità grazie a Hempbioplastic (Hbp), una bioplastica composta principalmente da canapa (h**p in inglese) unita ad altri scarti vegetali, il tutto concentrato in un filamento che può essere utilizzato nella stampa 3d.

I due co-fondatori della società si sono ispirati ai principi della chemiurgia, la branca dell’industria e della chimica applicata che si occupa della preparazione di prodotti industriali esclusivamente da materie prime agricole e naturali, facendo quindi solamente uso di risorse rinnovabili, creando così un ponte tra il settore primario e quello secondario. Aggiungendo eccedenze agricole a matrici vegetali esistenti si può conferire ai termoplastici proprietà innovative. In questo modo gli avanzi diventano funzionali alle esigenze degli impianti moderni e si può avviare una ristrutturazione del sistema di approvvigionamento industriale.

Il successo di Hempbioplastic

Dopo vari tentativi Milazzo e Caruso sono arrivati a sviluppare Hbp, un biocomposito (materiale composito che contiene fibre naturali) che è il concorrente più valido dell’attuale Acido polilattico (Pla), ovvero la bioplastica più usata al mondo che deriva da risorse biologiche rinnovabili come l’amido di mais e la canna da zucchero. Hempbioplastic è più leggera del 20 per cento e più resistente del 30 per cento rispetto all’acido polilattico. Inoltre il filamento risulta essere adatto alla tecnica di Fused deposition modelling (Fdm), la tecnologia di produzione di cui si avvale la stampa 3d, oltre che avere un prezzo concorrenziale.

All’inizio del progetto è stato creato un modello di occhiali quasi interamente in bioplastica a base di canapa utilizzando la stampa 3d che ha permesso alla startup di lanciare una campagna sulla piattaforma online di crowdfunding Kickstarter nel 2016. Ma ora i settori in cui opera Kanèsis si sono ampliati, spaziando dalla tecnologia per l’agricoltura, all’imballaggio.

La collaborazione tra aziende agricole e industria

Kanèsis progetta e realizza materiali termoplastici su richiesta del cliente che può inviare la scheda tecnica del materiale di origine petrolchimica che vuole sostituire, così da verificare la fattibilità di un composito equivalente di origine naturale. La startup sviluppa i prototipi che i modellatori studiano a partire dalle richieste collaborando con studi di architettura e di design.

Kanèsis si avvale di biomasse derivate da scarti agricoli e in questo modo le filiere in questo settore collaborano con quello secondario ricavando profitto dallo smantellamento di biomasse di scarto. La biomassa agricola viene usata come riempitivo e risulta essere una scelta vantaggiosa in quanto offre un costo ridotto e migliori proprietà meccaniche, rispettando l’ambiente. Le industrie quindi possono abbandonare i materiali plastici e disporre invece di materie prime ottenute in modo sostenibile e a un prezzo di mercato concorrenziale poiché parte di esse derivano dagli scarti delle filiere agricole. L’obiettivo dei due giovani siciliani è quello di rivoluzionare il mondo delle bioplastiche già presenti sul mercato e di rendere il percorso di filiera ancora più

02/09/2026
30/08/2026

Da decenni figura di riferimento della scena artistica bolognese, Gianuizzi è originario di Ancona. E nella sua città natale ha vinto il bando di concessione del Demanio per gestire il Faro sul Colle dei Cappuccini nel Parco del Cardeto. Alla fine di settembre la prima attivazione
Leggi l'articolo: https://shorturl.at/OVdMT

29/08/2026

Prima togliere l’asfalto, poi piantare alberi. È una delle strategie con cui le città italiane stanno provando a rispondere a estati sempre più calde e alle cosiddette isole di calore urbane. Non è più soltanto una questione estetica o ambientale: ridurre le superfici impermeabili significa anche cercare di rendere le città più fresche e resilienti alla crisi climatica.

Tra le città che hanno scelto questa strada c’è Genova, il primo Comune italiano ad inserire la depavimentazione nel proprio Piano urbanistico: dove possibile, le superfici impermeabili possono essere sostituite con suolo permeabile, alberi e verde. Poi anche Milano ha annunciato iniziative simili. Ora si aggiunge Firenze. La sindaca Sara Funaro ha annunciato un progetto per piantare alberi in dieci strade, due per ciascuno dei cinque quartieri, con l’obiettivo di creare, entro il 2029, filari capaci di garantire più ombra. Ma il piano non si ferma alle alberature: il Comune vuole individuare anche strade e piazze dove «si può togliere asfalto per cercare di abbassare il più possibile il calore». Sarà fondamentale, in quest’ottica, il confronto con la Soprintendenza, per individuare le zone dove sarà possibile intervenire.

L’amministrazione fiorentina ha già avviato interventi di depavimentazione e, secondo i dati del Piano del Verde, sono circa 10mila i metri quadrati di asfalto rimossi tra parchi, giardini e altre aree. Il progetto guarda anche alla gestione delle piogge: un terreno permeabile assorbe l’acqua e può aiutare a ridurre il rischio di allagamenti durante gli eventi estremi. Che togliere cemento possa incidere concretamente sulle temperature non è soltanto un’ipotesi. Il progetto Mirificus, coordinato da Ispra e Cnr con il sostegno dell’Agenzia Spaziale Italiana, ha simulato interventi di depavimentazione, nuove superfici verdi e alberature in alcune aree di Roma e Firenze. Il risultato indica una possibile riduzione della temperatura superficiale nelle ore più calde di circa 4 °C.

La logica, quindi, è semplice: meno superfici che assorbono calore, più alberi e più suolo capace di respirare. Dopo anni passati a coprire le città di cemento, la nuova frontiera dell’adattamento climatico potrebbe essere esattamente il contrario: togliere quello che non serve più e lasciare tornare la natura.

Foto credit: firenzeperilclima.it

28/08/2026

In Sicilia esiste un palazzo che ha anticipato di ben 800 anni "l'aria climatizzata"

Il Palazzo della Zisa a Palermo non è solo un magnifico esempio di architettura, ma una vera e propria meraviglia ingegneristica che anticipò di secoli i moderni concetti di climatizzazione. La sua unicità risiede nella straordinaria combinazione di ingegno bioclimatico avanzato e nella profonda espressione di una fusione culturale tra il mondo arabo e quello normanno.

Costruita nel XII secolo per i sovrani normanni da maestranze e architetti islamici, la Zisa era concepita come una lussuosa residenza estiva e funzionava come una "macchina" per rinfrescare l'ambiente in modo naturale. Sfruttava un sistema di raffreddamento passivo incredibilmente sofisticato: l'orientamento strategico del palazzo catturava le brezze dominanti, mentre le spesse mura in pietra fornivano un isolamento termico eccezionale. Il cuore del sistema era l'acqua: una grande piscina esterna e canali interni con fontane permettevano all'acqua di evaporare, abbassando la temperatura dell'aria che, grazie a specifici camini e aperture, circolava costantemente all'interno dell'edificio. Questa concezione, che oggi definiremmo architettura sostenibile, dimostra una conoscenza profonda delle leggi fisiche e un'abilità costruttiva all'avanguardia per l'epoca.

Al di là delle sue soluzioni tecniche, la Zisa è un simbolo tangibile del sincretismo culturale che caratterizzò la Sicilia normanna. Le sue forme, le decorazioni a motivi geometrici e gli archi ogivali rivelano l'influenza islamica, mentre la sua commissione e il suo contesto la legano alla corte normanna. Questo palazzo non è solo una residenza regale, ma un ponte architettonico e culturale tra Oriente e Occidente, testimoniando un'era in cui diverse civiltà coesistevano e si influenzavano reciprocamente, dando vita a un patrimonio unico.

Post di Travel Sicily

24/08/2026

Dal 24 settembre al 31 gennaio 2027 arriva a Palazzo Reale, Milano, “Dalí e la Moda”, una mostra che svela lo sguardo di uno dei più radicali interpreti del surrealismo, celebrandone la forza visionaria e la sorprendente attualità.

La mostra nasce dalla collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí () ed è realizzata sotto la direzione scientifica di Montse Aguer, con la curatela di Laura Bartolomé e Judith Clark, e con il contributo delle curatrici senior Lucia Moni e Bea Crespo.

Dai primi esperimenti visivi fino ai capolavori più iconici, la mostra riunisce oltre 200 opere e materiali provenienti dalle principali collezioni internazionali, inclusi gli archivi storici di Chanel, Dior, Schiaparelli e Rabanne.

L’esposizione è promossa dal Comune di Milano – Cultura, organizzata e prodotta da Palazzo Reale, MondoMostre e Civita Mostre e Musei, in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, con il patrocinio dell’Ambasciata di Spagna in Italia () e della Camera Nazionale della Moda Italiana () e con la media partnership di e come Official OOH partner. main partner, premium partner, con la sponsorizzazione tecnica di e Ticketing Partner.

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21/08/2026
20/08/2026

Minneapolis, anni Ottanta. In una città attraversata dalla cultura punk nasce una piccola crew composta da ragazzi bianchi, neri e nativi americani. Si chiamano Baldies (Calvi).
Non sono un'organizzazione politica. Sono adolescenti interessati alla musica, allo skateboard e alla cultura skinhead. Ma studiando le origini britanniche di quest'ultima scoprono che il movimento skinhead era nato dall'incontro tra giovani bianchi della classe operaia e la cultura portata dagli immigrati giamaicani. Per i Baldies, dunque, il razzismo dei bonehead, neonazisti con la testa rasata, non è soltanto un'ideologia da combattere: è anche un tentativo di appropriarsi di una cultura multirazziale che non gli appartiene. Così quando a Minneapolis compaiono i White Knights, un gruppo di suprematisti bianchi, che iniziano ad aggredire persone nere, minoranze e antifascisti, i Baldies decidono di darsi da fare e cominciano gli scontri.
Concerti, feste e strade diventano il terreno di una vera e propria guerra tra skinhead antirazzisti e naziskin. Le testimonianze parlano di risse e aggressioni. I neonazisti sono armati spesso di catene e mazze. I Baldies si armano di conseguenza e nel giro di pochi mesi estromettono i White Knights dalla città, ma poi capiscono che il problema è più ampio
Nel 1987 contribuiscono così alla nascita dell'Anti-Racist Action (ARA), trasformando una crew di skinhead in qualcosa di molto più ampio: una rete che vuole mettere in contatto antifascisti di diverse città e ambienti, dai punk agli studenti, dagli anarchici ai giovani delle comunità nere e latine.
Quella che era iniziata come una piccola banda di adolescenti finisce così per diventare uno dei semi dell'Anti-Racist Action, una delle più importanti esperienze dell'antifascismo militante nordamericano degli anni Novanta.
Non furono supereroi ma ragazzi, spesso poco più che adolescenti, che scelsero di combattere il nazismo e ne pagarono anche le conseguenze. Ma la loro esperienza contribuì a trasformare una piccola crew di Minneapolis in una piccola leggenda.

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