20/07/2026
e nei tessuti.
Nel dibattito sui PFAS della filiera tessile, il nodo critico non è solo normativo. La definizione OECD 2021, recepita in sede UE e anche in USA, definisce i PFAS su base strutturale: "presenza di almeno un atomo di carbonio metilico (–CF3) o metilenico (–CF2–) completamente fluorurato".
Questa elegante definizione è chimicamente rigorosa, ma presuppone la capacità analitica di riconoscere la connettività molecolare del fluoro, non solo la sua presenza.
Le metodologie di screening per la compliance (fluoro totale TF e fluoro organico totale TOF, per differenza dal fluoro inorganico) sono tecniche che quantificano la massa di fluoro legato a carbonio organico, ma senza fornire informazioni sulla sua architettura molecolare. Quindi, non sono in grado di distinguere un gruppo –CF2– terminale di catena, da un atomo di fluoro aromatico come quelli presenti nei coloranti reattivi fluorotriazinici di uso comune per tingere il cotone.
Alcuni studi documentano come articoli tinti con tali coloranti siano privi di PFAS, ma superano le soglie TOF imposte da brand e governi (es.: California AB 1817, 50 ppm dal 2027; soglia analoga allo studio in ambito UE), generando così falsi positivi, allarmi e fermi di produzione.
Una tecnica in grado di discriminare CF2/CF3, e quindi presenza certa di PFAS, è la Risonanza Magnetica Nucleare Fluoro19 (¹⁹F-NMR), ma per complessità e costi è oggi limitata ai laboratori universitari.
Questo disallineamento fra definizione normativa corretta e strumenti analitici inadeguati penso meriti l'attenzione di laboratori, chimici, brand e uffici compliance, prima che diventi motivo di contenziosi.
(Approfondimento scientifico in preparazione).