22/04/2026
Ho provato a portare la gatta di mia figlia al rifugio la mattina dopo il funerale.
Vorrei poter dire che le ho voluto bene fin dall’inizio.
Non è andata così.
La verità è che io quella gatta non l’ho mai voluta.
Mia figlia Bianca l’aveva trovata tre inverni prima dietro un supermercato. Mezza congelata, fradicia, che strillava sotto un cassonetto mentre cadeva una pioggia gelida che ti tagliava la faccia. L’aveva portata a casa avvolta nella felpa, come si tiene in braccio un neonato.
Quella gatta, all’inizio, era proprio messa male.
Pelo a chiazze. Un orecchio strappato. La punta della coda piegata storta, come se qualcuno gliel’avesse rovinata tempo prima.
Bianca mi guardò e disse:
“Papà, non cominciare. Lei resta.”
Io invece cominciai eccome.
Dissi che non volevo peli sul divano, sabbietta in lavanderia, zampe sul piano della cucina e soprattutto non volevo un animale mezzo selvatico che girava per casa come se il mutuo lo pagasse lui.
Bianca sorrise soltanto.
Le grattò il mento e disse:
“Non è selvatica. È solo spaventata.”
Poi la chiamò Tempesta, e già quello diceva tutto.
Quella gatta ne combinava una dietro l’altra.
Fece cadere una lampada in salotto, si arrampicò sulle tende, mi rubò un pezzo di arrosto dal piatto durante una festa di famiglia e una volta mi fece pure p**ì negli scarponi da lavoro dopo che le avevo urlato contro perché era salita sul tavolo della cucina.
Bianca rideva fino alle lacrime.
Io dicevo:
“Quell’animale ha qualcosa che non va.”
E lei mi rispondeva:
“No, papà. Si fida solo con difficoltà.”
Poi arrivò quella domenica di ottobre.
Pioveva.
Il telefono squillò alle 7:12.
E la mia vita si spezzò in due.
Dopo, per un po’, la casa si riempì di gente.
Teglie portate da vicini e parenti.
Caffè lasciato a metà.
Voci basse.
Abbracci impacciati.
Quelle pacche sulla spalla che ti danno quando non sanno cos’altro fare.
Poi se ne andarono tutti.
Uno alla volta.
E il silenzio entrò davvero in casa.
Fu lì che la gatta diventò un problema.
Bianca non c’era più.
Ma Tempesta sì.
Continuava a stare seduta davanti alla porta della sua camera.
Continuava a girare la testa ogni volta che i fari di una macchina attraversavano la finestra.
Continuava a correre verso l’ingresso al rumore delle chiavi, come se ancora si aspettasse di vederla rientrare.
Io non lo sopportavo.
Non sopportavo quella bestiola che aspettava qualcuno che non sarebbe tornato mai più.
E sopportavo ancora meno quello che mi smuoveva dentro.
Così, la mattina dopo il funerale, misi Tempesta nel trasportino e guidai fino a un rifugio poco fuori città.
Lei non miagolò.
Fu peggio così.
Se ne stava solo rannicchiata in fondo al trasportino, a guardarmi da dietro la grata con quegli occhi gialli, come se avesse già capito tutto.
Il parcheggio era quasi vuoto.
Cielo grigio.
Caffè freddo nel bicchiere.
Le mani strette al volante fino a farmi male.
Continuavo a dirmi che era una cosa pratica.
Continuavo a dirmi che ero troppo vecchio per ricominciare con una gatta che non avevo mai voluto.
Continuavo a dirmi che stavo facendo la cosa più sensata.
Poi aprii lo sportello del passeggero, allungai la mano verso il trasportino e Tempesta si tirò ancora più indietro, come se pensasse che stessi per lasciarla sul ciglio di una strada.
E nella mia testa sentii Bianca.
Bianca, Bianca come se fosse lì.
Non fare anche questo a lei.
Richiusi lo sportello con forza e tornai a casa.
Arrabbiato per tutto il tragitto.
Arrabbiato con la gatta.
Arrabbiato con Bianca, perché era il tipo di persona che raccoglieva sempre tutto quello che era rotto.
Arrabbiato con me stesso, perché in fondo sapevo benissimo perché avevo fatto marcia indietro.
Quella notte Tempesta non dormì nella camera di Bianca.
Si mise fuori dalla mia porta.
Io la ignorai.
La notte dopo, uguale.
Quella dopo ancora, verso le due, cominciò a graffiare contro il vecchio ripostiglio del corridoio.
Non il tappeto.
Non il divano.
Non la porta.
Solo quel ripostiglio pieno di cianfrusaglie che non sistemavo da anni.
Mi alzai brontolando, la mandai via e tornai a letto.
Dieci minuti dopo era di nuovo lì.
Andò avanti così per tre notti.
La quarta ero così stanco, così svuotato, che aprii di colpo quella porta solo per dimostrare a me stesso che lì dentro non c’era niente che giustificasse tutta quella storia.
Coperte.
Vecchie prolunghe.
Una scatola di luci di Natale.
E dietro tutta quella roba, attaccata alla parete in fondo dove io non avrei mai guardato, c’era una busta bianca.
Con scritto sopra una sola parola.
Papà.
Riconobbi la scrittura di Bianca prima ancora di toccarla.
Mi cedettero le gambe.
Mi ritrovai seduto per terra, lì nel corridoio.
La lettera era corta.
Forse per questo mi colpì ancora di più.
Se stai leggendo questa lettera, vuol dire che la vita ha fatto quello che a volte fa, e io non sono riuscita a dirti queste cose come avrei voluto.
Ti conosco, papà.
Dirai che stai bene anche quando non è vero.
Dirai che non hai bisogno di nessuno.
Chiuderai tutte le porte di casa e chiamerai questa cosa forza.
Ti prego, non farlo.
E ti prego, non portare via Tempesta.
Lei trova sempre la persona più triste della stanza e le resta accanto.
Se sceglie te, lasciala fare.
In questa casa sente ancora la mia voce.
Da lì in poi non vidi più bene le parole.
Rimasi seduto sul pavimento come un uomo vecchio che aveva finito i modi per restare in piedi da solo.
Tempesta entrò nel ripostiglio.
Passò sopra tutta quella roba.
E mi salì in grembo come se l’avessi chiamata io.
Quella gatta peserà forse quattro chili e mezzo.
Ma quando si rannicchiò contro il mio petto, mi sembrò che qualcuno mi avesse tolto almeno un mattone da tutto il peso che avevo addosso.
Piansi fino a sentirmi male alle costole.
Non un pianto composto.
Non un pianto da film.
Un pianto vero.
Di quelli che ti lasciano gonfio, vuoto e senza più energie per fingere.
La mattina dopo chiamai il rifugio e dissi che la gatta non era più da lasciare.
È passato quasi un anno ormai.
Tempesta dorme ancora dove le pare.
Per lo più sul mio letto.
A volte sul vecchio maglione di Bianca, se lo lascio sulla sedia.
Continua a comportarsi come se questa casa fosse sua.
Forse lo è davvero.
Io sento la mancanza di mia figlia ogni singolo giorno.
Quella parte non si rimpicciolisce.
Ma la casa non sembra più una tomba.
C’è una forma calda sul davanzale ogni mattina.
C’è una ciotola vicino al lavello.
C’è una vita che ha ancora bisogno che io mi alzi, apra le persiane, riempia la scodella e vada avanti.
Io la gatta di mia figlia non l’ho mai voluta.
Ma nel periodo peggiore della mia vita, quella bestiola malconcia è stata l’unica cosa che non mi ha lasciato sparire dentro il mio dolore.
E credo che sia stato questo l’ultimo regalo di Bianca.
Una creatura che non avevo chiesto.
Un affetto che si è rifiutato di andarsene.
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