05/09/2026
✍️Di Gianluca Donadini
Pur essendo un settore di nicchia rispetto a bevande e burger vegetali, il mercato italiano delle alternative vegetali ai formaggi caseari (PBC) cresce rapidamente per ragioni etiche, nutrizionali e ambientali.
Pur riportando claim in etichetta per il loro apporto di proteine, minerali e vitamine o vantando una certificazione biologica, oltre il 50% degli analoghi contiene glutine, assente nei latticini tradizionali, impiegato insieme ad amidi e addensanti per dare struttura.
Ricreare il gusto e la consistenza del formaggio in assenza del latte animale e della caseina (la proteina animale fondamentale per la cagliata) richiede infatti formulazioni articolate. Ciò si traduce in etichette complesse e in evidenti limiti prestazionali in assaggio e cottura (come per la mozzarella sulla pizza), deludendo chi ricerca un’esperienza sensoriale vicina a quella del formaggio classico.
Se i vegetariani guidati da un’etica ferrea e dalla sostenibilità tollerano compromessi sul gusto pur di avere prodotti coerenti con i propri valori, i flexitariani e i ‘’curiosi’ sembrano non accettare compromessi edonistici.
Tempi difficili per i PCB che soffrono di costi alti, minor apporto di proteine e calcio, e livelli talvolta superiori di sodio e grassi saturi e non hanno profili sensoriali capaci di uguagliare quelli dei formaggi caseari tradizionali. E che non evocano il legame emotivo della tradizione casearia che fa del formaggio tradizionale un ‘oggetto affettivo’. Il loro futuro dipenderà dalla capacita di superare questi limiti grazie a fermentazioni mirate e tecnologie di precisione creando nuovi rituali di consumo che li affranchino dal ruolo di ‘semplice ‘sostituto’ e li ergano a prodotti con una propria identità gastronomica e culturale.
Voi li avete mai provati?