17/08/2026
La pianura agonizza per il caldo, la montagna brucia: il Friuli ferito dal fuoco
Mentre la pianura soffoca sotto una cappa di caldo che sembra non concedere tregua, si guarda alla montagna cercando refrigerio, aria pulita, boschi e silenzio. Ma questa volta anche lassù qualcosa si è spezzato. La montagna brucia.
Brucia la Carnia, bruciano i versanti attorno a Tolmezzo e Amaro. Nelle scorse settimane le fiamme hanno colpito anche Malborghetto-Valbruna e Forni di Sopra, quasi a disegnare sulla carta geografica del Friuli Venezia Giulia una lunga ferita fatta di fumo, alberi anneriti e montagne che cambiano colore.
Il fronte più drammatico di questi giorni è quello del Monte Amariana, tra Amaro e Tolmezzo. L'incendio, originato da un fulmine in quota, si è poi allargato favorito dal vento, dalle alte temperature, dalla vegetazione estremamente secca e dalla difficile conformazione del territorio. Il 14 agosto la Regione parlava di circa 450 ettari interessati, oltre cento dei quali bruciati nel solo territorio di Amaro.
Nella notte tra il 15 e il 16 agosto le fiamme sono arrivate a minacciare da vicino anche Pissebus, frazione di Tolmezzo, dove alcune abitazioni sono state evacuate in via precauzionale. Il fuoco è arrivato fino a una cinquantina di metri dalle case.
LE il fumo non rimane soltanto sui monti. Scende nei fondovalle, entra nei paesi, cambia l'aria che si respira. ARPA FVG ha registrato concentrazioni elevate di particolato in diverse località della Carnia, con valori particolarmente importanti a Pissebus e Illegio.
Ma perché stanno bruciando così tanti boschi?
Bisogna innanzitutto evitare una semplificazione: il caldo, da solo, non accende un bosco. Serve un innesco. Può essere naturale, come un fulmine, oppure derivare dall'attività dell'uomo, per negligenza o, nei casi peggiori, volontariamente.
E proprio quest'estate il Friuli Venezia Giulia ne offre esempi diversi. L'incendio di Malborghetto-Valbruna di fine luglio è stato provocato da un fulmine; anche gli incendi che interessarono Malborghetto-Valbruna e Forni di Sopra il 31 luglio furono ricondotti a fulmini. Sul Monte Dobis, invece, le autorità hanno indicato una probabile origine dolosa.
Poi c'è tutto ciò che trasforma una piccola scintilla in un incendio enorme: siccità, terreno arido, vegetazione disidratata, bassa umidità, caldo persistente e vento.
Quando per settimane manca l'acqua, il bosco perde una parte delle proprie difese. Foglie, aghi, rami secchi e sottobosco diventano combustibile. Una scintilla che in condizioni normali potrebbe spegnersi rapidamente trova invece chilometri di materiale pronto a bruciare. Il vento fa il resto: alimenta le fiamme, trasporta faville a distanza e rende difficilissimo il lavoro degli uomini a terra e dei mezzi aerei.
È questo forse il punto che dovrebbe farci riflettere maggiormente.
Pensavamo alla montagna come al nostro rifugio dal caldo della pianura. Partivamo dalle città bollenti cercando dieci gradi in meno, il verde dei boschi, una passeggiata sotto gli abeti, l'acqua di un torrente.
Ora scopriamo che anche quel rifugio è fragile.
La Regione Friuli Venezia Giulia ha dichiarato lo stato di emergenza regionale per gli incendi ed esteso a tutto il territorio regionale quello per la siccità. Dall'inizio del 2026 al 14 agosto erano già stati gestiti 60 incendi, con un'accelerazione impressionante proprio nelle settimane più calde dell'estate.
Non possiamo più considerare questi episodi soltanto una successione di sfortune estive.
C'è il fulmine. C'è talvolta la mano irresponsabile o criminale dell'uomo. Ma c'è soprattutto un territorio che, dopo lunghi periodi senza pioggia e temperature elevate, diventa molto più vulnerabile a qualunque scintilla.
E quando brucia un bosco non perdiamo soltanto degli alberi.
Perdiamo habitat, animali, insetti, terreno fertile. Perdiamo radici che trattengono la montagna e acqua che il bosco riesce a conservare. Dopo il fuoco possono arrivare erosione, frane e cadute di massi. Perdiamo paesaggio, turismo, economia e soprattutto una parte della memoria di quei luoghi.
Ci vorranno poche ore perché una fiamma distrugga ciò che la natura ha impiegato decenni a costruire.
In queste giornate restano gli elicotteri che volano senza sosta, i Canadair, i Vigili del fuoco, il Corpo forestale, la Protezione civile, i volontari. Uomini e donne che combattono metro dopo metro una guerra durissima contro il fuoco.
Ma quando l'emergenza sarà finita dovrà cominciare una riflessione molto più grande.
Perché la montagna non è soltanto il luogo dove andare quando in pianura fa troppo caldo. È una riserva d'acqua, di biodiversità, di ossigeno e di futuro.
E oggi, guardando il fumo salire sopra la Carnia, sembra quasi che quella montagna ci stia mandando un messaggio.
La pianura agonizza per il caldo.
La montagna brucia.
E forse è arrivato il momento di capire che non sono due emergenze separate, ma due segnali dello stesso ambiente sempre più fragile che ci sta chiedendo, con una forza che non possiamo più ignorare, di essere protetta.