27/07/2026
Siamo così abituati a pensare che la cura, come l’arte, sia una questione di aggiunta.
Aggiustare, riempire, sommare. Portiamo sul foglio — e nelle nostre giornate — il peso di dover mettere sempre qualcosa in più: un altro colore per coprire l'errore, un'altra parola per spiegarci, un altro impegno per sentirci a posto.
Eppure, nella pratica dell'arteterapia si scopre spesso il contrario. La trasformazione più profonda avviene quasi sempre per sottrazione.
È una dinamica vicina a quella dello scultore. La forma non nasce dall'incollare materia, ma dal togliere il superfluo. La figura è già lì, dentro la pietra: il lavoro reale è liberarla da ciò che la nasconde, una scheggia alla volta, senza fretta.
Quando ci concediamo di togliere — che sia un tratto di matita di troppo, il bisogno che il disegno sia "bello", o la fretta di trovare subito un significato — accade qualcosa di sottile. Il foglio smette di essere un campo di prova e diventa uno spazio che respira. E quel vuoto, che prima spaventava, smette di sembrare una mancanza e rivela la sua natura di spazio fertile.
Togliere non è perdere. È distillare. È smettere di coprire le nostre fragilità con infiniti strati di difesa e iniziare, con delicatezza, a ritrovare la forma essenziale che c'era già, ancora prima di iniziare a tracciare la prima linea.
In parole povere, significa tornare alla base di quel foglio. Osservare la sua trama, sentire la sua texture, accorgersi che la sua composizione ha già un valore che spesso diamo per scontato.
Imparare prima di tutto a stare nel poco, a conoscere a fondo ciò che c'è già, per poi — solo se e quando serve davvero — scegliere se aggiungere un piccolo gesto.