15/05/2023
Una lettera per Slash
Non è sempre facile capire da dove iniziare, quando si deve raccontare una storia. Di solito una storia viene raccontata perché si è conclusa, e non volevo veramente che questo fosse il caso. Qualche mese fa parlavo con mia madre, forse a Natale, e le dicevo “Speriamo che riescano a farcela, speriamo resistano”. Quando sono tante le cose che impattano, resistere è difficile. Sopravviene lo sconforto, poi altri tentativi, poi ancora sconforto, poi grandi dubbi, poi il dispiacere, l’esaurimento. Gli ultimi anni sono stati particolarmente difficili per alcune persone. In particolare, in questa industria.
Dopo anni passati sui libri di economia, gestione aziendale ed organizzazione, sto iniziando in un certo qual modo a personificare le aziende. In diverse giurisdizioni le imprese sono personificate. La società riconosce, dà alle imprese la cosiddetta personalità giuridica. Le imprese assumono una personalità, ovvero hanno qualcosa che le rende personali. Pertanto, possono essere pensate come persone. Alcune aziende hanno anche un volto - si dice, il volto aziendale.
Le aziende non sono infatti così diverse dalle persone. Forse perché dietro le aziende ci sono persone, e, come tali, le aziende nascono, crescono, percorrono periodi turbolenti, come l’adolescenza, poi si sviluppano, diventano adulte, si consolidano, declinano, e, fatta eccezione per quelle che riescono a rinascere, o a rinnovarsi, alla fine cessano di esistere. Così si è conclusa questa storia che sto per raccontare.
Era il 2016, o il 2017. Era un tardo pomeriggio d’inverno, e con mia madre entrai in un negozio che finì un po’ per cambiarmi la vita. Non in senso trasformativo, bensì in senso direzionale. Un luogo che mi diede una direzione. Lo capii appena entrai, lo potevo percepire.
Dietro a quel luogo che mi diede una direzione c’erano due persone, la cui visione mi colpì. Inerme nel mio pregiudizio e nella mia incapacità di comprendere ciò che vedevo, capii che dovevo afferrare la spada che era sì puntata contro di me, ma per essermi offerta. Da quel momento iniziai la mia più grande esplorazione, che ancor’oggi sto portando avanti. Una ricerca, una sintesi, una forma di rispetto, e di predisposizione.
Ho trascorso tutte le ore che potevo all’interno di Slash. Avrei voluto trascorrerne di più. Ad ogni viaggio di ritorno a Treviso, il viale dei Filodrammatici, con la sua lieve pendenza, e la vicinanza veneziana delle mura del vicolo, e le mura stesse, così simili al greige decadente parigino, mi accoglieva, facendomi sentire compreso. Quasi alla fine della via, quel banner bianco, sul quale si imponeva un cerchio nero. Era Slash.
Da Slash ho appreso non un gusto, non uno stile. Non ho abbracciato una corrente di design. Lì ho cercato di raggiungere una predisposizione. Un esercizio molto delicato, quasi impercettibile. Quando alcune persone mi chiedono dove ho imparato tutto quello che ho imparato, non mi dimentico mai di menzionare Slash.
Slash era, e per me rimarrà, sinonimo di ricerca e di avanguardia. Lì ho scoperto il lavoro dei designers più talentuosi dei miei tempi. Da Comme Des Garçons, a Yohji Yamamoto, a Rick Owens. Lì mi è stato suggerito, bisbigliato, come un vecchio signore farebbe per raccontare un trucco perduto, senza voler però che il trucco divenisse poi norma d’uso comune, il savoir-faire che distingue i tessuti e gli abiti che oggi mi piacciono. Da Slash ho guadagnato una definizione di artigianalità, di cura per i dettagli, di perfezionismo. Di accortezza.
Grazie MATTEO ❤️❤️❤️