02/07/2026
Si alla chiusura domenicale dei negozi, nel rispetto dei lavoratori e delle loro famiglie, anche se, forse, si perde qualcosa economicamente.
COMMERCIO: DOMENICHE SEMPRE APERTE. Chi ha reso possibile tutto questo? Un promemoria che qualcuno preferirebbe dimenticare.
Per capire perché oggi, nel commercio, lavorare la domenica sia diventato quasi un obbligo, bisogna tornare indietro nel tempo.
Nel marzo 2015 CGIL, CISL e UIL hanno firmato il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale del Commercio, confermando quanto già introdotto nel precedente accordo del 2011. Quella firma ha rappresentato un punto di svolta: invece di contrastare la liberalizzazione degli orari e delle aperture voluta dal governo Monti con il decreto Salva Italia, i sindacati confederali hanno scelto di recepirla nel contratto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
La domenica è stata progressivamente trasformata in un giorno di lavoro "normale", con l'obbligatorietà della prestazione per moltissimi lavoratori del settore. Un diritto, quello al riposo domenicale, conquistato con decenni di lotte, è stato svuotato e sacrificato in nome delle esigenze della grande distribuzione.
Ma la domanda è semplice: a chi è servito tutto questo?
Ci avevano raccontato che:
le aperture domenicali avrebbero aumentato i consumi;
si sarebbero creati nuovi posti di lavoro;
il commercio avrebbe tratto beneficio da una maggiore flessibilità.
La realtà è stata ben diversa.
I consumi non sono aumentati: chi ha uno stipendio fermo o insufficiente non compra di più solo perché il negozio è aperto la domenica. Gli acquisti si sono semplicemente distribuiti su sette giorni anziché sei.
Nemmeno l'occupazione è cresciuta come promesso. Al contrario, molti piccoli esercizi hanno chiuso sotto la pressione della grande distribuzione e delle liberalizzazioni, mentre le grandi catene hanno preferito spremere il personale già presente, aumentando turni, flessibilità e carichi di lavoro invece di assumere.
Questa è la vera eredità di quelle firme.
CGIL, CISL e UIL non hanno difeso il diritto dei lavoratori: hanno accettato che la domenica diventasse una normale giornata lavorativa, legittimando un modello in cui la vita privata, la famiglia e il tempo libero valgono meno delle esigenze commerciali.
Noi continuiamo a pensare che il lavoro debba essere al servizio delle persone, e non il contrario.
Per questo riteniamo che sia necessario rimettere al centro il diritto al riposo domenicale, il rispetto della dignità dei lavoratori e un contratto che non trasformi ogni conquista in una concessione alle aziende.
La memoria è importante. Perché chi ha firmato questo modello non può oggi fingere di combatterne le conseguenze.