18/04/2026
Oggi non riesco a smettere di pensare a Ritaj, una bambina di nove anni.
Era seduta in classe, in una scuola improvvisata nel nord di Gaza. Stava facendo esercizi di matematica, concentrata sui numeri, come qualsiasi bambina della sua età. Intorno a lei c’erano altri compagni, quaderni aperti, voci basse, una normalità fragile ma preziosa.
Poi, all’improvviso, tutto si è spezzato.
Ritaj è stata colpita da un proiettile vagante mentre era lì, seduta al suo banco. Un attimo prima stava imparando, un attimo dopo tutto è cambiato per sempre.
Non tornerà più a casa. Non finirà quell’esercizio. Non crescerà, non sognerà, non avrà la possibilità di diventare ciò che voleva essere.
Suo padre aveva un gesto semplice ogni giorno: accompagnarla a scuola. Un gesto che in molte parti del mondo diamo per scontato, ma che lì era già una conquista. Oggi, poco dopo averla lasciata, ha ricevuto la notizia che nessun genitore dovrebbe mai sentire.
I suoi compagni sono rimasti lì, testimoni di qualcosa di troppo grande e doloroso per essere compreso da dei bambini.
Al di là delle posizioni, delle narrazioni e delle parole che spesso dividono, resta un fatto umano difficile da ignorare: una bambina è morta mentre cercava di imparare.
E forse, prima di tutto il resto, dovremmo fermarci qui. A questo punto essenziale.
Perché nessuna aula dovrebbe diventare un luogo di paura. Nessun quaderno dovrebbe chiudersi così.